
Destino, profezia e scelta nel Ciclo dell’Abisso e della Luce
Quando Ga-Isen scopre di essere l’Erede di Reschith, la sua prima reazione non è l’orgoglio. È la paura. Se qualcuno lo ha «prescelto» prima ancora che potesse decidere, la sua vita gli appartiene ancora? Può rifiutare, sbagliare, cambiare strada? Oppure ogni sua azione è soltanto una scena già scritta?
Il Ciclo dell’Abisso e della Luce affronta la libertà partendo da questo paradosso, ma non si limita al rapporto fra profezia e futuro. I suoi personaggi devono fare i conti con origini che non hanno scelto, poteri che li condizionano, ferite che deformano i desideri e volontà altrui che tentano di trasformarli in strumenti.
La saga non immagina una libertà assoluta, capace di cancellare ogni limite. Mostra una libertà più fragile e concreta: la possibilità di rispondere a ciò che ci accade, di riconoscere i condizionamenti senza identificarci interamente con essi e perfino di assumere un destino senza diventarne prigionieri.
In breve. Nel Ciclo il futuro non è una pagina bianca, ma neppure un copione già concluso. Esistono profezie, leggi cosmiche e conseguenze inevitabili; tuttavia, nessuna origine o previsione decide da sola chi saremo. La libertà consiste nel fare propria una strada attraverso le scelte, i legami e la responsabilità.
Avvertenza. Questa pagina analizza l’intera saga e contiene anticipazioni importanti, compreso il finale del quarto volume.
Il paradosso dell’Erede eretico
Ga-Isen porta in sé due definizioni che sembrano contraddirsi. È il Prescelto annunciato dalla profezia di Metatron, dunque qualcuno la cui comparsa era stata prevista da secoli. Ma è anche un Eretico: una creatura capace di contravvenire all’ordine del Creato e di «spezzare i fili del destino».
La contraddizione è il cuore del problema. Se il futuro dell’Erede è già stabilito, come può egli spezzarlo? E se può davvero modificarlo, in che senso la profezia è vera?
Ga-Isen avverte subito il pericolo. Essere chiamato salvatore significa ricevere una missione, ma anche diventare il contenitore delle attese altrui. Nel primo volume rifiuta con rabbia l’idea che il suo diritto di scegliere possa essergli sottratto:
«Io non voglio essere pre-scelto e pre-destinato da nessuno».
Vol. 1, cap. 11: silfo zephirys
Non è semplice paura del sacrificio. Ga-Isen comprende che, se ogni gesto fosse obbligato, anche il suo valore morale scomparirebbe. Non ci sarebbe coraggio nell’affrontare un pericolo inevitabile, né giustizia nel compiere ciò che non si può rifiutare. Per essere davvero un eroe, il Prescelto deve poter scegliere di non esserlo.
L’ereticalità introduce proprio questa apertura. Non garantisce a Ga-Isen il controllo sugli eventi e non lo rende libero da ogni legge. Dimostra però che l’ordine del mondo non è un meccanismo perfettamente chiuso: perfino la trama del destino può essere lacerata. La saga sembra così suggerire che Ga-Isen non sia scelto perché eseguirà docilmente un disegno, ma perché in lui il futuro rimane capace di cambiare.
Una profezia non è un copione
La profezia di Metatron non descrive una sequenza precisa di azioni. Parla di un Prescelto, del ritorno del Caduto, di una nuova palingenesi e di un misterioso Vinto che «solo vincerà sé stesso». Per secoli viene interpretata, fraintesa e applicata a persone diverse. Anche Witto il Pacifista, pur sapendo di non essere l’Erede, sceglie di interpretare il ruolo del mito di cui gli uomini hanno bisogno.
La profezia, dunque, non consegna certezze: genera domande. E, una volta conosciuta, entra nella storia e la modifica. Gli alleati di Ga-Isen si mobilitano perché credono in lui; Gabriel rivela a Nemesis la nascita del Prescelto; Nemesis evita di affrontarlo direttamente per timore di realizzare la propria sconfitta; Kerlas ammette di non aver manipolato Ga-Isen perché teme di rendersi artefice della profezia.
Questo è il paradosso di ogni predizione: annuncia ciò che accadrà oppure contribuisce a farlo accadere? Nel Ciclo non esiste una risposta unica. La visione può cogliere qualcosa del futuro, ma chi la riceve conserva il potere di interpretarla e di agire. Proprio queste reazioni diventano parte della catena degli eventi.
Nel quarto volume l’Homunculus viene presentato come capace di vedere «futuri possibili e alternativi». La morte si avvicina, afferma, ma non è detto che realizzi i propri intenti. La previsione non chiude il futuro: mostra possibilità che le azioni possono rendere reali oppure evitare.
Per questo Silfo Zephirys, alla vigilia della battaglia finale, riconosce il valore di Ga-Isen «non perché fosse l’Erede di Reschith, ma perché era lui, Ga-Isen Melqart». Il titolo non crea l’uomo. Sono le scelte dell’uomo a dare significato al titolo.
Non scegliamo il punto da cui partiamo
Nessun personaggio del Ciclo comincia da una condizione neutrale. Ga-Isen non sceglie di nascere Eretico, di perdere Nesmak, di possedere una natura angelica e demoniaca o di ricevere sulle spalle la speranza del mondo. Avigail non sceglie la propria origine. Selwin non sceglie le ferite che alimentano la sua rivalità. Lyothon non sceglie di essere temuto per il proprio potere né di diventare il bersaglio di chi vuole usarlo.
La libertà della saga non consiste perciò nel potersi inventare senza passato. È sempre una libertà situata: si esercita dentro un corpo, una storia e una rete di conseguenze già in movimento.
Heka Savar esprime questa idea con una distinzione decisiva:
«La meta è stabilita […] ma la strada che vi conduce può essere riscritta infinite volte».
Vol. 4, cap. 15: polvere
Alcuni limiti dell’esistenza sono inevitabili e non tutti gli esiti dipendono da noi. Tra il punto di partenza e quello d’arrivo, però, esiste uno spazio nel quale la condotta può ancora cambiare il significato della vita e il destino degli altri.
Quando Uriel affida la missione a Ga-Isen, il ragazzo gli domanda con amarezza se abbia davvero scelta. L’arcangelo risponde:
«Certamente. Tutto quello che facciamo è frutto di una nostra scelta».
Vol. 2, cap. 2: la missione dell’erede
È una risposta severa, perché le alternative non hanno lo stesso peso: rifiutare significa lasciare il mondo senza la sua speranza più grande. Eppure una scelta difficile non è necessariamente una scelta falsa. La libertà non promette opzioni indolori; rende ciascuno responsabile della risposta che dà alle circostanze.
Nascere per uno scopo non significa doverlo compiere
Cardia porta il problema al suo punto più radicale. Non è soltanto condizionata dal passato: viene creata da Deithoros come arma contro il Prescelto. La sua origine sembra coincidere con una funzione, come se ogni sentimento e ogni incontro fossero parti di un progetto altrui.
Eppure Cardia resiste agli ordini di Kerlas. Il Generale Fantasma, per servirsi di lei, è costretto a possederne il corpo e a sospendere la sua coscienza. Uriel ne trae una conclusione esplicita:
«Deithoros ha creato una vita umana perfetta e, come tale, libera, detentrice di una personalissima volontà».
Vol. 3, cap. 1: il generale fantasma
La sua vicenda distingue la causa dallo scopo. Cardia può essere stata generata perché qualcuno voleva usarla, ma il motivo per cui è nata non possiede il diritto di stabilire chi debba diventare. L’origine spiega la trappola; non decide la risposta. Amando Ga-Isen e opponendosi a Kerlas, Cardia trasforma in relazione autentica ciò che era stato progettato come inganno.
La libertà non richiede quindi di essere privi di influenze. Richiede che nessuna influenza possa parlare definitivamente al posto nostro.
Quando la libertà viene ferita o sottratta
Selwin mostra quanto il confine possa essere più incerto. È lui a sigillare Aamon Riper nel proprio spirito, spinto dall’ambizione, dal dolore e dal bisogno di non vivere più all’ombra di Ga-Isen. Aamon e Kerlas non inventano quei sentimenti: li riconoscono, li alimentano e li usano per restringere progressivamente lo spazio della sua volontà. Quando Selwin perde il controllo, non è più possibile separare con facilità la sua scelta dalla manipolazione subita.
La saga evita così due semplificazioni opposte. Essere feriti o manipolati non rende automaticamente innocente ogni azione; nello stesso tempo, giudicare una persona come se avesse agito senza costrizioni cancella la realtà della violenza esercitata su di lei. La responsabilità esiste, ma cambia insieme al grado di libertà rimasto.
Anche Lyothon viene raggirato da Raziel, Lucifero e infine Bythos. Il dolore non assolve Deithoros dai suoi crimini, ma la scoperta della manipolazione gli permette di guardare di nuovo ciò che è diventato. La redenzione comincia quando smette di considerarsi la mano inevitabile del destino e sceglie la luce. Non può riscrivere il passato, ma può impedire che il passato continui a scegliere per lui.
La tentazione di abolire la libertà
La più netta accusa contro il libero arbitrio viene formulata da Raziel. Dopo aver osservato la crudeltà degli uomini, conclude che
«la libertà degli uomini è un errore divino».
Vol. 4, cap. 12: l’arcangelo raziel
Immagina l’umanità come le cellule di un corpo: ogni individuo dovrebbe assolvere la propria funzione, obbedire a un ordine superiore e contribuire al bene del tutto.
È una soluzione seducente. Se la libertà rende possibili violenza, egoismo e tradimento, eliminarla potrebbe sembrare il modo più sicuro per eliminare il male. Ma il nuovo ordine progettato da Raziel e Gabriel ha bisogno di governanti assoluti, sudditi incapaci di dissentire e persone ridotte a funzioni.
Il resto della saga mostra il risultato concreto di questa idea: i vampiri costretti a obbedire, gli Ariel di Angitia privati perfino delle parole necessarie per comprendere la propria schiavitù, Cardia trasformata in arma, Selwin ridotto a burattino e le anime umane trattate come energia.
Un mondo senza libertà potrebbe forse essere ordinato, ma non sarebbe moralmente buono. Senza la possibilità di rifiutare non esistono fedeltà, coraggio, sacrificio o amore: restano soltanto comportamenti programmati. Il Ciclo accetta il rischio della libertà perché nessun bene ha valore se una volontà non può sceglierlo.
Scegliere ciò che ci ha scelti
La risposta definitiva arriva quando Ga-Isen affronta Deithoros. A quel punto la profezia sembra essersi compiuta: l’Erede ha raggiunto il proprio rivale, impugna l’arma destinata a lui e porta con sé la volontà di Metatron. Eppure rifiuta di combattere perché un’autorità celeste lo avrebbe deciso.
«Se sono qui come erede della sua volontà», afferma, «è perché ho scelto di farlo».
Vol. 4, cap. 28: destino
La missione ora gli appartiene perché l’ha riconosciuta come giusta, l’ha legata alla propria volontà di vivere e alla vita delle persone che gli si sono affidate. La frase conclusiva è inequivocabile:
«Io combatterò per loro. Non per il destino».
Vol. 4, cap. 28: destino
Ga-Isen non diventa libero sottraendosi a ogni legame. Diventa libero scegliendo quali legami, promesse e responsabilità riconoscere come propri. La Volontà Suprema che percepisce non è un comando estraneo che lo muove dall’esterno: è la convergenza di innumerevoli volontà di vivere, alla quale decide di offrire la propria forza.
Anche la profezia trova compimento soltanto attraverso scelte impreviste. Lyothon vince sé stesso quando rifiuta Deithoros e sceglie di aiutare Ga-Isen, ma non combatte da solo. Metatron, Ga-Isen e Lyothon agiscono insieme. Il destino non sostituisce le loro volontà: prende forma attraverso di esse.
Il Ciclo dell’Abisso e della Luce non sostiene che possiamo scegliere qualsiasi cosa o sfuggire a ogni necessità. Sostiene qualcosa di più umano: ciò che non abbiamo scelto non possiede automaticamente l’ultima parola su di noi.
Una profezia può indicare una possibilità. Un’origine può assegnare una funzione. Il dolore può restringere lo sguardo e la manipolazione può arrivare a soffocare la coscienza. Ma finché rimane uno spazio nel quale riconoscere, rifiutare o assumere ciò che ci è stato consegnato, la storia non è ancora del tutto scritta.
Il destino ci affida una parte. La libertà decide come interpretarla.