Se tutto ritorna, che senso ha combattere?

Eterno ritorno, storia e speranza nel Ciclo dell’Abisso e della Luce

Una vittoria può dirsi vera se il nemico è destinato a tornare? Nel Ciclo dell’Abisso e della Luce la domanda compare fin dall’inizio sotto forma di mito, profezia e reincarnazione, ma rivela tutta la propria radicalità soltanto nel finale. La creazione e l’abisso non si affrontano una volta sola. Appartengono a una tensione originaria che attraversa il tempo e sembra condannare ogni mondo a ripetere il medesimo conflitto.

Se è così, la storia rischia di perdere significato. Ogni sacrificio diventa provvisorio, ogni pace soltanto una tregua e ogni epoca può ritrovarsi ad affrontare ciò che una precedente credeva di avere sconfitto. È la conclusione di Bythos: poiché il Caos appartiene alla sostanza stessa dei mondi, nessuna spada potrà cancellarlo per sempre.

Ga-Isen non nega questa legge. La rovescia. Se può tornare ciò che minaccia l’esistenza, possono tornare anche coloro che scelgono di difenderla. La speranza della saga non consiste dunque nell’attesa di un universo definitivamente sottratto al conflitto e alla possibilità del male, ma nella fiducia più fragile e più umana che nessuna sconfitta del bene sia definitiva finché qualcuno può raccoglierne la volontà. Una vittoria non deve durare per sempre per essere reale: basta che restituisca il futuro a chi viene dopo.

In breve. Nel Ciclo l’eterno ritorno è la legge per cui la tensione fra esistenza e nulla, ordine e caos, creazione e distruzione continua a ripresentarsi. Bythos la interpreta come prova dell’inutilità di ogni resistenza; Ga-Isen ne ricava la conclusione opposta. Se ciò che minaccia l’esistenza può tornare, può tornare anche chi gli si oppone. Ekpyrosis e Palingenesi non riportano il mondo al punto di partenza: dalla distruzione nasce una realtà diversa, priva della memoria dei suoi eroi ma segnata dai valori che essi hanno conquistato. La speranza non è una vittoria definitiva. È la disponibilità a difendere ancora la possibilità della vita.

Avvertenza. Questa pagina analizza l’intera saga e contiene anticipazioni importanti, compreso il finale del quarto volume.


Una battaglia annunciata fin dal primo volume

Prima ancora che Bythos entri nella storia, il suo nome appartiene già al cielo. Nel primo volume si racconta che nel firmamento sia impressa l’eterna battaglia fra i due eoni Cosmos e Bythos e che ogni stella rappresenti una vittoria della Luce sulle Tenebre. Quello che sembra un frammento di antica cosmologia contiene già l’intero problema: la luce vince, ma deve continuare a vincere.

Anche la profezia di Metatron non promette semplicemente la salvezza del mondo. Annuncia che il mondo conoscerà «una nuova palingenesi». Il termine non indica il ritorno alla condizione precedente, ma una rigenerazione: qualcosa deve finire affinché una realtà nuova possa cominciare. La missione dell’Erede viene quindi inscritta, fin dall’origine, in un tempo più vasto della sua esistenza e perfino della civiltà che egli conosce.

Nel corso dei quattro romanzi questa intuizione assume forme diverse. Le anime attraversano un ciclo di reincarnazioni; gli errori della Battaglia dei Secoli riemergono mille anni dopo; profezie, promesse e rancori collegano generazioni lontane. Il passato non resta alle spalle. Continua ad agire nel presente, talvolta come eredità, talvolta come ferita non risolta. Prima di diventare una legge cosmica, l’eterno ritorno è già una legge della storia: ciò che non viene trasformato tende a riprodursi.


La prima diade: Cosmos e Bythos

Nel finale Bythos rivela la struttura metafisica del Creato. La Prima Emanazione dell’Unità ha dato origine a Cosmos e Bythos: da una parte la luce dell’esistenza e il principio dell’Ordine, dall’altra l’abisso del nulla e il principio del Caos. Sono i due eoni della prima diade.

La distinzione è importante. Luce e Notte non costituiscono due realtà complete e autosufficienti, né la loro opposizione coincide semplicemente con quella fra bene e male. Il Regno della Luce e il Regno delle Tenebre sono, nelle parole di Bythos,

In ciascuno dimora lo spirito divino, ma nessuno dei due è, da solo, l’Uno. Cosmos e Bythos sono invece i due poli divini della diade, gli eoni attraverso i quali quella dualità agisce.

Poiché ogni metà è incompleta, tende all’unità. Ma questa tensione non genera pace: produce le forze di attrazione e repulsione che governano il multiverso e alimenta una guerra destinata a ripresentarsi. L’eterno ritorno nasce da una frattura inscritta nella realtà stessa. Il mondo non è un ordine perfetto assediato da un male interamente esterno; porta nella propria struttura la tensione che può creare, distruggere e trasformare.

Questo non significa che ogni atto di Bythos sia moralmente giustificato. Una necessità cosmica non diventa, per il solo fatto di esistere, un bene. L’oscurità può partecipare alla salvezza, come accade quando Lyothon unisce la propria antimateria alla luce di Ga-Isen. Bythos, invece, vuole cancellare la molteplicità, il tempo, lo spazio e ogni singola vita per ricondurre tutto al nulla. Il Caos appartiene alla realtà; l’annientamento degli esseri non per questo cessa di essere un male per coloro che lo subiscono.


La verità di Bythos e il suo errore

Bythos comprende correttamente la legge cosmica. Non può essere eliminato una volta per tutte, perché il Caos non è un invasore accidentale: è uno dei principi da cui i mondi derivano. Quando Onyxesebes gli trafigge il cuore, egli non si dichiara immortale per semplice arroganza. Annuncia che resterà confinato nella Notte finché non arriverà nuovamente il suo momento.

Il suo ragionamento sembra inoppugnabile. Se il conflitto è eterno, ogni vittoria è temporanea. Se ogni ordine tornerà a incontrare il caos, allora la pace definitiva è impossibile. Se Bythos può sempre riemergere, il sacrificio di chi lo sconfigge non fa che rimandare ciò che prima o poi dovrà accadere.

L’errore nasce nel passaggio dalla descrizione al significato. Bythos conosce ciò che ritorna, ma pretende di essere l’unico a poter trarre una conclusione da quel ritorno. Considera reale soltanto la permanenza: una vittoria provvisoria, per lui, equivale a una non-vittoria. Inoltre immagina che la ripetizione appartenga esclusivamente alla minaccia, come se il Caos fosse eterno mentre il coraggio, la memoria e i legami fossero soltanto incidenti destinati a scomparire.

In questo senso Bythos, pur proclamandosi signore del destino, ne è anche prigioniero. Dice di distruggere perché questa è la propria natura e di non avere bisogno di una ragione per agire. Metatron lo chiama significativamente «Signore di una Volontà non Sua». L’eone ripete la funzione che lo definisce; non sa immaginare una risposta diversa. I mortali, invece, possono ricevere una natura, una ferita e una storia senza essere costretti a riprodurle nello stesso modo. È proprio la loro fragilità a rendere possibile la scelta.


La risposta di Ga-Isen

Nel momento decisivo Bythos formula la minaccia:

Ga-Isen non risponde promettendo di cancellare il Caos, né sostiene che il nemico si sbagli. Accetta la premessa e ne spezza la conclusione:

È il rovesciamento filosofico dell’intera saga. L’eterno ritorno non garantisce la vittoria di Bythos; garantisce soltanto che il conflitto resterà possibile. Il futuro non appartiene in esclusiva a ciò che distrugge. Ogni volta che la violenza, il dominio e il desiderio del nulla ricompariranno, potrà ricomparire anche una libertà capace di opporsi.

Quel «noi» rimane volutamente più grande dei singoli protagonisti. Può richiamare il ciclo delle reincarnazioni, ma l’epilogo suggerisce anche un significato storico e morale: torneranno altri uomini e altre donne, forse ignari dei nomi di Ga-Isen e Lyothon, ma capaci di raccogliere la stessa volontà. Non occorre che ritorni la medesima persona perché ritorni ciò che ella ha reso possibile.

La risposta non offre alcuna garanzia. Ga-Isen non sa chi combatterà la prossima volta, né quale prezzo dovrà pagare. Trasforma però la precarietà da motivo di resa in compito. Una pace limitata permette a generazioni reali di nascere, amare, scegliere e costruire. Il fatto che un giorno debba essere difesa di nuovo non annulla le vite che essa avrà reso possibili.


Ekpyrosis: quando ogni sacrificio sembra inutile

L’Ekpyrosis è il momento in cui la distruzione raggiunge una misura cosmica. Bythos spegne le stelle, cancella i mondi e annuncia la fine del tempo e dello spazio. Ga-Isen crede allora che ogni sacrificio sia stato vano. È la prova estrema non soltanto del suo coraggio, ma del significato stesso della storia: se non resta nulla, che differenza può esserci stata fra lottare e arrendersi?

La prima risposta non viene da un argomento astratto. Nel cuore di Ga-Isen continuano a vivere Cardia, i compagni perduti, gli uomini del passato e perfino quelli di un futuro che rischia di non esistere. Finché egli resiste, quei legami non sono interamente cancellati. La memoria non ricrea materialmente i morti, ma conserva la loro capacità di orientare un’azione presente.

Ga-Isen riesce a ferire Bythos proprio perché non combatte come individuo isolato. La forza di Cosmos si incarna in lui attraverso le voci, l’amore e la volontà di tutti coloro di cui decide di farsi carico. E quando anche quella forza si esaurisce, Lyothon lo sostiene. Metatron, morto da mille anni, partecipa attraverso la volontà racchiusa in Onyxesebes. La risposta all’eterno ritorno non è l’eroe autosufficiente, ma una continuità di gesti che attraversa le vite e le epoche.


Palingenesi: rinascere non significa tornare indietro

Dopo l’Ekpyrosis viene la Palingenesi. Lyothon rivela che

e usa l’altra faccia del proprio potere per ricreare Noesia. Gli arcangeli tornano sui loro troni, il Soffio Divino riprende a scorrere nelle Dieci Dimore, la Terra viene restaurata e le anime possono rientrare nel ciclo delle reincarnazioni.

Non si tratta però di un azzeramento delle conseguenze. Lyothon non può restituire tutte le vite strappate, Ga-Isen non riottiene Cardia e le Quattro Terre non ricompaiono. Il nuovo mondo possiede sei continenti e una storia diversa. La rigenerazione non rende innocua la catastrofe e non trasforma le perdite in semplici passaggi necessari. Il dolore resta reale proprio perché ciò che nasce non è la copia di ciò che è scomparso.

Per questo l’eterno ritorno del Ciclo non è la ripetizione fotografica dell’identico. Tornano il movimento della creazione, il ciclo delle anime, l’alternanza delle epoche e la possibilità del conflitto; ma il mondo rinasce trasformato. La storia non gira a vuoto: il nuovo ciclo riceve conseguenze, possibilità ed eredità da quello precedente.

Ga-Isen comprende questa differenza quando Lyothon gli offre una nuova vita umana. Rifiuta, perché

Tornare senza Cardia e senza i suoi amici sarebbe per lui una mera prosecuzione biologica, non la restituzione della vita perduta. Egli ha combattuto per le generazioni future, non per ottenere un posto personale nel mondo rigenerato. La Palingenesi dà senso alla sua lotta proprio perché il futuro apparterrà ad altri.


Ciò che la storia salva dall’oblio

L’epilogo sembra spingere la perdita ancora più lontano. Nessuno ricorda gli eroi delle Quattro Terre. Ga-Isen, Nusdok, Parsifal, Virgo, Lyothon e gli altri scompaiono dalla memoria del mondo ricreato. Se essere ricordati fosse l’unica misura del significato, anche la Palingenesi finirebbe per cancellare la loro vittoria.

Eppure una piccola comunità di chierici viene a conoscenza delle loro gesta, ne raccoglie gli insegnamenti sulla fratellanza, sull’amore e sui legami e ne dissemina frammenti nelle culture, nelle filosofie e nelle religioni delle generazioni future. I nomi si perdono, ma ciò che quelle vite hanno conquistato entra nel nuovo mondo come eredità morale.

La saga distingue così la memoria del fatto dalla sopravvivenza del significato. Una storia può essere dimenticata e continuare comunque ad agire nelle forme di vita che ha reso possibili. Coloro che vengono dopo possono credere innati certi valori senza sapere che furono guadagnati da uomini e donne vissuti in un mondo cancellato. La trasmissione non conserva tutto, ma impedisce che tutto debba ricominciare davvero da zero.

È anche in questo modo che «noi» torniamo. Non soltanto attraverso una possibile reincarnazione, ma quando un’altra persona difende una libertà ricevuta, rifiuta di trasformare l’altro in uno strumento o sceglie la giustizia invece della vendetta. L’eredità non replica gli eroi: rende nuovamente praticabile la loro scelta.


Una speranza senza vittoria definitiva

La speranza del Ciclo dell’Abisso e della Luce non coincide con l’ottimismo. Non assicura che il bene trionferà per sempre, che il dolore verrà risarcito o che l’umanità imparerà definitivamente dai propri errori. Il tempo continuerà a dispiegarsi in epoche di maggiore e minore splendore. Bythos tornerà. Nessuna generazione riceve in dono un mondo al riparo da ogni minaccia.

Ma una vittoria provvisoria non è per questo falsa. Ga-Isen e i suoi compagni salvano la possibilità stessa che esista un dopo: un tempo nel quale altri possano vivere senza conoscere i loro nomi. Il valore della lotta non dipende dalla capacità di chiudere per sempre la storia, ma dalla realtà concreta delle vite che essa sottrae al nulla.

La risposta della saga è quindi una speranza tragica e attiva. Tragica, perché conosce il prezzo, la perdita e la ricorrenza del conflitto. Attiva, perché non attende che una legge cosmica garantisca il bene: chiede a ogni libertà di incarnarlo nuovamente. Difendere il mondo significa accettare che esso non sarà mai un possesso definitivo, ma un’eredità temporaneamente affidata alle nostre mani.


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