Disgusto

Un segnale etico

Nel Ciclo dell’Abisso e della Luce il disgusto non è una reazione epidermica ma è un segnale etico che marca il confine tra ciò che può essere tollerato e ciò che profana la vita. Quando affiora, apre una soglia morale e obbliga a scegliere. Non è un’emozione che paralizza, ma orienta.

Nel Volume I il picco è corporeo e insieme simbolico. Con i vampiri la carne violata diventa linguaggio dell’abiezione, con piaghe, pustole e decomposizione. Il rifiuto qui non è paura ma giudizio su ciò che “non deve essere”, sulla corruzione che si fa forma. Nel Volume II il disgusto assume un tono più sacrilego – ad esempio con il generale Nyo Osara, creatura nata dall’assassinio dell’arcangelo Metatron – perché tradisce l’ordine del mondo; la ripulsa non si esaurisce nello sdegno, ma chiama a reimporre misura e senso. Nel Volume III la mutazione svela il lato lascivo della deformità; ciò che è stato sedotto dalla violenza chiede contenimento, non spettacolarizzazione. Nel Volume IV si tocca l’estremo. Il “tribunale” di Baphomet trasforma l’orrore in scena – un cuore strappato, leccato, gettato in pasto – e la saga dice con nettezza qual è il limite invalicabile.

Traccia del disumano

Il disgusto è anche traccia del disumano quando la libertà oltrepassa il decoro. Lo comprende Semes dopo aver tentato invano di trasmettere gli insegnamenti del Fuoco ai Seraph di Febe. Compreso che sono ormai irrimediabilmente deviati, si ritira con le Salamandre nella piramide di Heliopoli, vietandone l’ingresso agli uomini. È un atto che nasce da un rifiuto morale, ma mostra anche il rischio dell’emozione quando scivola nella separazione. Difendere la dignità senza cadere nel disprezzo è la prova più sottile.

Ancora più radicale è la rivelazione su Fosaiscra e Aneriza, che si scoprono essere antichi uomini a cui fu sottratta l’anima, condannandoli a predare i simili nell’illusione di potersene riappropriare. Il disgusto, qui, si sposta dall’oggetto al crimine originario. Non è semplice rifiuto “degli altri” in quanto tali, ma orrore per un’operazione che espropria l’umano del suo principio vitale.

«Se c’è qualcosa che mi diverte davvero», rise Kerlas, «è la vostra lotta ai Fosaiscra e gli Aneriza. Non avete idea di quello che avete fatto in tutto questo tempo. Fosaiscra e Aneriza non sono altro che lo scarto della Divinatio del sommo Deithoros. Uno scarto ben riciclato, devo ammetterlo!»
[…]
«Col tempo io e Tamais li abbiamo perfezionati grazie alle nostre conoscenze, ma è così che sono nati Fosaiscra e Aneriza. Capite? Le truppe di Fayla che avete tanto combattuto, erano i resti di quegli stessi uomini che volevate salvare!»

Vol. 3 – Cap.16: Il Vinto

Disgusto metafisico

Il culmine è nella Caverna degli Orrori al Monte della Rovina, scoprendo milioni di corpi “cuciti” alle pareti di un’unica grotta, inventario di anime trafugate in un millennio. Lì il disgusto non è più solo sensoriale, né soltanto etico: è metafisico. Nominare l’abominio diventa necessario per non assuefarsi; respingerlo, doveroso per tenere aperta la possibilità del bene. Di fronte a quella vastità di profanati, i protagonisti capiscono che la lotta contro l’Abisso non è solo una questione di armi, ma di amore per il prossimo.

Un campanello morale

Per questo, lungo l’intera saga, il disgusto funziona come un campanello morale: segnala l’invasione del male e protegge i confini dell’umano. Quando è ben diretto, difende la dignità; quando si confonde con il disprezzo, esclude e si fa violenza. È la bussola che impedisce ai perseguitati di sostituirsi ai carnefici. Ricorda che la vittoria non è solo sconfiggere un nemico, ma non assomigliargli. In questo senso il disgusto, nell’opera, non è giudizio ma discernimento. Distingue la profanazione dalla fragilità, il male dal ferito. E nel gesto di respingere ciò che degrada, apre lo spazio in cui l’umanità può ancora respirare.

Dove ci si sarebbe aspettati roccia, c’era carne.
Miliardi di corpi umani fusi con la pietra viva, uniti in un atroce amalgama. Alcuni giacevano incastonati singolarmente, altri intrecciati fra loro, compressi in mucchi di membra mutilate. Corpi dilaniati, smembrati, eppure ancora in vita.
Dovevano essere lì da secoli, forse da sempre. Avevano smesso di lottare. Avevano accettato il proprio destino. Alcuni non avevano più un volto, né forma, ma soltanto un’eco della propria umanità.

Vol. 4 – Cap. 13: La caverna degli orrori