Disprezzo

L’emozione verticale per eccellenza

Nel Ciclo dell’Abisso e della Luce il disprezzo è l’emozione verticale per eccellenza: crea gerarchie morali, trasforma l’altro in cosa e apre la strada alla profanazione. Non è uno scatto d’ira, è un programma. I demoni lo dichiarano esplicitamente. Aamon Riper parla degli uomini come di “creature patetiche”, e il suo “disprezzo verso il bene, gli uomini e la luce” è assoluto, delineando un manifesto rovesciato che giustifica ogni abuso. La stessa logica sorregge il dominio di Ferone e Mahazael sugli uomini-bestia di Angitia. Prima si svaluta la vittima, poi la si piega. Persino il vampirismo è presentato come parodia dell’umano, secondo un’ideologia della forza che si fa legge.

Il culmine si vede in Lucifero che dopo la Caduta negli inferi riversa sugli uomini un disprezzo “sconfinato”, pur temendo l’intelletto di un solo mortale, l’allora Astrofilosofo Nusdok.

Il disprezzo diventa storia, progetto di cancellazione della dignità per sostituirla con l’idolo della potenza.

Non è monopolio dei malvagi

Ma la saga da chiaro avvertimento: il disprezzo non è monopolio dei malvagi. I Ribelli della Battaglia dei Secoli, e poi Raziel e Gabriel nei successivi mille anni, insorgono perché disprezzano un ordine ritenuto inaccettabile. La scintilla può nascere da un’esigenza di giustizia, ma si corrompe quando scivola in superiorità morale. Il confine fra discernere e disprezzare decide se la ribellione sarà liberazione o nuova oppressione. Anche i personaggi che dovrebbero rientrare nello stereotipo del bene inciampano: Michael, ferito e furente, liquida gli uomini come “esseri inferiori e miserabili”; Raphael, nell’orgoglio, zittisce Nusdok definendolo “misero uomo”.

Lucifero non era riuscito a conquistare Noesia? Avrebbe regnato sugli uomini.
Il suo disprezzo per la razza umana era sconfinato almeno quanto il suo sentimento di superiorità, ma vi era un uomo che temeva, un solo piccolo, misero, insignificante essere umano, tanto blasfemo e indegno, eppure capace da solo di mandare a monte i suoi sogni: quell’uomo era Nusdok. Già, perché quindici anni prima, quando ancora la Rivolta non era neppure esplosa e Noesia ignorava le sue mire di conquista, prima ancora che gli stessi arcangeli si fossero accorti del focolaio di serpi che fomentava nell’oscurità alle loro spalle, quel piccolo e insignificante essere umano aveva già intuito i suoi piani. Lucifero temeva l’intelletto dell’Astrofilosofo più d’ogni altra cosa. Nusdok non era un nemico che poteva permettersi di sottovalutare.

Vol. 1 – 7: La riunione dei vertici

Disprezzo che agisce in piccolo

Il disprezzo agisce anche in piccolo, sotto pelle, quando è rivolto contro sé stessi. Nella rivelazione che la frantuma, Cardia “disprezza sé stessa”; il disprezzo diventa così il varco attraverso cui l’Abisso tenta di manovrarla. Ma in piccolo agisce anche come arma retorica, quando umilia l’avversario (“Taci mostro!”, “infimo essere”, ecc.), illudendo chi lo pronuncia di essere già nel giusto solo perché sta “più in alto”.

Disprezzo metafisico

Il caso più evidente è Deithoros, che non disprezza solo gli uomini, ma l’intero Creato. Lo rifiuta perché non accetta che ciò che è prezioso sia fatto di Luce e Oscurità insieme. Vorrebbe un mondo puro. Davanti al reale — che mescola gioia e dolore, bellezza e bruttezza — sceglie l’odio. È un disprezzo metafisico: è rifiuto della condizione creaturale, dell’ambivalenza che ci costringe ad amare la vita per ciò che è, non per come la idealizziamo. Da qui la tentazione di mutare l’ordine delle cose, anche a costo di annientarlo. Se la realtà non coincide con l’ideale, merita di essere cancellata. È la logica estrema del disprezzo.

Da non confondere con il disgusto

Importante, nel Ciclo dell’Abisso e della Luce, è distinguere disgusto e disprezzo: il disgusto può essere bussola morale che segnala la profanazione (difende i confini dell’umano); il disprezzo, invece, nega la dignità in radice e prepara la violenza. Dove attecchisce, la realtà diventa materiale da piegare e le persone pedine.

La contro-mossa della saga è duplice: riconoscere il valore dell’umano anche nell’errore, e convertire l’energia dell’ira in responsabilità. Non indifferenza, ma giustizia senza disprezzo: vedere il male, chiamarlo per nome, fermarlo, e insieme rifiutare la tentazione di somigliare all’Abisso che si combatte. Perché la luce, qui, non vince soltanto. Non imita la logica della gerarchia che annienta. È questa la scelta che i protagonisti – e il lettore – devono compiere davanti a ogni soglia di potere.

«La legge è chiara: agli uomini il loro mondo. Agli angeli non è concesso interferire con la volontà degli umani. Ma tu fa come ti pare. Insisti pure se è ciò che desideri. Combatti al fianco di questi esseri inferiori e miserabili». Michael fece per andarsene, ma ci ripensò, e si trattenne ancora un istante. «Sappi una cosa però, l’Esercito Celeste non interverrà più nelle faccende degli uomini», tuonò imperioso. «Che siano pure gli artefici della loro rovina. Non è un mio problema. Se ti ostinerai a combattere, sarai solo».

Vol. 2 – Cap. 18: Un complotto celato nell’ombra