
Nel Ciclo dell’Abisso e della Luce la tristezza non è un interludio fra due battaglie: è una forza strutturale che dà peso alle scelte, misura il costo morale dei gesti e allarga il respiro del mondo. Quando il dolore è collettivo, persino la natura ne porta il segno. Come a Desma, dove il cielo piange insieme agli angeli e agli uomini. Alla fine della guerra, la ritualità del commiato – fatta di petali, lacrime e silenzi – mette in scena una comunità che impara a stare nel dolore senza farsi travolgere, mentre Parsifal invita a non lasciare che le Tenebre “confondano” i cuori. La tristezza è ammessa, ma non idolatrata.
Tristezza intima
Quando è intima, la tristezza rivela la profondità dei legami. Michael regge Gabriel e non trattiene il pianto; non è abbellimento patetico, è il punto in cui la teologia del Cielo cede alla fragilità del sentimento.
E c’è il dolore come conoscenza di sé, come quando Cardia, nel raccontare la verità sulle proprie origini, parla “a pause forzate” dalle lacrime. Quel pianto non chiede consolazione ma responsabilità, perché dire il male è già un modo di impedirlo.
La tristezza esplode anche là dove l’amore si piega contro sé stesso. Leena e Ga-Isen affrontano Selwin, loro amico fraterno, ormai corrotto da Aamon Riper e manovrato da Kerlas. Assistere al suo annegamento negli abissi dell’anima li rende impotenti e minuscoli. L’unico bene possibile è combatterlo. Ga-Isen lo abbatte tra le lacrime, sotto un cielo che gli fa eco. Qui la tristezza è una morte doppia: quella presunta del giustiziato e quella interiore dell’esecutore, che si annulla per salvare l’amico e riceve in cambio la compartecipazione dell’abisso.
«Perché lo hai fatto? Perché hai fatto questo?», piangeva Michael inconsolabile. I grandi occhi color indaco, incorniciati fra i lunghi capelli biondi, grondavano lacrime a fiotti. Le sue ali d’avorio abbracciarono Gabriel in un caldo mantello. Una macchia di sangue s’allargava sulle sue vesti. L’argento negli occhi si spegneva velocemente. «Perché l’hai fatto? Sei impazzito? Ti avremmo curato! Saresti guarito!»
Vol. 2 – Cap. 18: Un complotto celato nell’ombra
«A che scopo?», mormorò Gabriel, la voce fiaccata dal dolore. «Gli uomini sono creature orribili. Io… io non volevo più servirli».
Tristezza moneta dell’altruismo
Spesso la tristezza è moneta dell’altruismo. Il sacrificio di Virgo lo mostra con chiarezza. Il suo è un dolore scelto come prezzo per la salvezza del Prescelto, unica speranza dell’umanità. È una tristezza lucida, che si getta nel fuoco sapendo che a quel gesto seguiranno premi opposti – luce e futuro – forse non goduti in prima persona ma resi possibili per tutti.
Lo stesso accade agli gnomi di Angitia, quando l’amore per la tribù umana schiacciata da Mahazael consuma i loro corpi, accorciando le loro vite nate per durare secoli. Qui il dolore diventa fisiologia del bene; gli gnomi non si lasciano paralizzare dalla tristezza, portano avanti i loro doveri nei confronti della tribù degli Ariel, ma proprio questa devozione al dovere si traduce in un lento e inesorabile logorio.
Tristezza cosmica
La saga osa anche una tristezza cosmica. Il “Pianto del Mondo” attraversa le valli come un urlo che tutto satura e svuota, anticamera del terrore che sta per abbattersi. È il lutto del creato di fronte al ritorno di una potenza distruttiva; non una nota melodrammatica, ma la misura metafisica della perdita.
In controcanto, persino Deithoros custodisce un dolore che non passa. Mille anni dopo la morte di Céleste, quella ferita è forse l’ultima goccia di luce nella sua anima, insufficiente da sola a cambiare il corso degli eventi e tuttavia capace di restare seme della catarsi futura.
Per questo la tristezza in questa saga è fertile: rende lucidi i personaggi, unisce i vivi, difende la dignità di chi cade e apre spazio alla speranza senza cancellare l’ombra. È il controcanto della gioia: non la nega, la rende credibile. E quando il pianto tace, ciò che resta non è l’oblio, ma la determinazione di chi ha visto l’abisso e sceglie comunque la luce.
La fanciulla non era più la stessa, ma del resto non lo era nemmeno lui. […]
Vol. 4 – Preambolo parte 2
Deithoros sembrava indeciso. Tormentato. Sul suo volto si alternavano momenti di rabbia a momenti di profonda tristezza. […]
«Se solo acconsentiste, sarebbe facile riaverla tra noi», disse Kerlas.
«No. Non è vero», rispose Deithoros, rabbioso. «Riaverla è la cosa più difficile”.