Gioia

Icona: raggio di luce che apre un cerchio (gioia)

Rivelazione

Nel Ciclo dell’Abisso e della Luce la gioia non è un premio ingenuo, ma una forza che irrompe attraverso le crepe del buio e ridefinisce il senso degli eventi. Nasce spesso come prodotto della sorpresa, non inquanto semplice consolazione, ma effetto di una rivelazione. Quando si crede che il mondo sia da secoli irrimediabilmente corrotto e, all’improvviso, sopra i cieli corrotti e i miasmi che ammantano le Quattro Terre si apre un intero continente volante ancora intatto, la gioia segue lo stupore come una boccata d’aria dopo una lunga apnea. Esplode anche in basso, fra gli uomini-bestia prigionieri nelle gallerie di Angitia, che riportati alla luce – e alla verità – piangono e sorridono insieme, incapaci perfino di nominare ciò che sentono; è un’emozione primordiale, che rompe l’indottrinamento e restituisce il volto umano.

Gioia civile

Fin dal primo volume è chiamata per nome come possibilità concreta e condivisa. A Desma, quando al termine della guerra Parsifal ridona fertilità alla terra con un incantesimo, non promette consolazioni facili ma una rinascita da costruire. «Non disperate di ritrovare la felicità… la nostra storia cambierà». La città risponde in lacrime e grida di gioia. È la gioia civile, che non cancella le ferite ma le orienta. Da quel momento l’energia emotiva si traduce in decisione, lavoro e responsabilità.

Questo registro collettivo torna nell’assemblea di Elisea, quando l’annuncio della comparsa del prescelto fa esplodere un’emozione «tanto grande quanto inattesa», quasi una musica che riallinea il mondo e alleggerisce il peso del dolore. La gioia diventa legame politico e promessa operativa, non un’emergenza di sentimenti, ma il clima in cui le scelte possono maturare.

«Non disperate di ritrovare la felicità», disse Parsifal sorridendo. «Come questo fango è risorto a nuova vita, la nostra storia cambierà».
I desmiani, fino a quel momento disperati, visto il dono che l’amorevole e premuroso stregone aveva loro concesso, iniziarono a piangere e gridare di gioia, invocando il suo nome a gran voce. Per alcuni momenti Parsifal non poté più parlare, tanto le grida della folla coprivano la sua voce. I desmiani avrebbero ricordato quell’incantesimo come il “Miracolo dello Stregone Bianco”.

Vol. 1 – Cap.27: L’Astrofilosofo Parsifal

Gioia intima

Accanto, la saga custodisce una gioia minuta che resiste al tragico: la leggerezza di Phenex e le risate che strappano i protagonisti alla gravità dell’ora ricordano che il riso è un atto di resistenza, un micro-rifugio di umanità. E c’è la gioia intima, come quella dell’amore ritrovato tra Parsifal e Lilium. Il loro bacio “impossibile” (in quel momento Parsifal è una proiezione astrale) non è trionfo sensuale, ma riconoscimento reciproco che restituisce al sentire una profondità spirituale. Qui la gioia non è euforia: è la capacità di tornare interi, per un istante, dentro una storia che spezza.

Gioie nere

La saga conosce però anche gioie nere. Nemesis, Kerlas e Raziel, tre fra i principali antagonisti, esultano al ritorno di Deithoros, atteso per quasi un millennio; e proprio all’apice del successo precipitano: due di loro vengono subito annientati, il terzo sopravvive per un po’, ma è condannato a prendere coscienza del proprio fallimento. Non sempre la gioia porta felicità. Talvolta è il lampo che illumina una verità terribile, il momento in cui cade l’illusione.

Pace

Così, al culmine, la gioia prende il volto della pace. Non è euforia post-bellica, ma un respiro che rimette al loro posto colpa, rimpianto e dovere. Il trionfo del bene sul male non azzera i debiti: ogni conquista ha un prezzo, e più è grande più costa. Resta un futuro come germoglio – di cui nel presente possediamo solo la possibilità – e la letizia sobria di chi ha compiuto il proprio compito, spegnendo il fuoco che bruciava dentro.

In questa semantica ampia, la gioia è promessa, comunione, resistenza, amore e quiete. Non un’illusione che rimuove l’abisso, ma una luce che impara a passarci attraverso e, passandoci, a dargli forma.

Non aveva diritto alla felicità, ma la sua coscienza era libera da qualsiasi ombra. Il suo cuore, anche se squarciato dal dolore, poteva dirsi sereno. Bythos era stato sconfitto. E tutto era finalmente compiuto.

Vol. 4 – Cap. 31: Palingenesi