
La paura è una soglia
Nel Ciclo dell’Abisso e della Luce la paura è una soglia; non semplice istinto di fuga, ma dispositivo che misura insieme il male e il coraggio. Nel primo volume irrompe nel quotidiano come gelo che frantuma le sicurezze, in una sala che si pietrifica quando echeggia «una diabolica risata malefica» e tutti provano «un brivido di terrore». Non è solo l’arrivo di Nusdok, il vampiro evaso dall’antica prigionia, ma la presa d’atto che l’ombra ha voce e volontà.
Paura della perdita
Spesso la paura nasce come paura di perdere qualcosa: un bene, un luogo, un legame. La relazione tra Semes e Agao lo mostra con crudezza nel secondo volume, quando, durante l’invasione di Febe, Agao muore, e Semes si lascia morire di dolore insieme a lui. È una duplice paura quella provata da Semes in quei momenti: paura di perdere Febe, la sua città, e paura di perdere Agao, il suo amore.
Fu in quel momento che avvenne qualcosa di sconvolgente. Una diabolica risata malefica riecheggiò nella sala, e tutti furono pervasi da un brivido di terrore. […]
Vol. 1 – Cap.7: La riunione dei vertici
I presenti impallidirono. Appoggiato sopra una trave di legno del soffitto a capriata, un vecchio dall’aria visibilmente stanca e affaticata li stava scrutando con occhi arcigni e beffardi. Era Nusdok, il leggendario vampiro. Non sapevano come aveva fatto, ma era riuscito a eludere ogni sorveglianza e addentrarsi nel palazzo.
Strumento di potere
La paura è anche strumento di potere. Ad Angitia agisce nel suo versante oscuro con il plagio di Mahazael che tiene gli uomini-bestia schiavi nell’ignoranza, svuotandoli dei principi e dei valori coltivati per secoli, e rendendoli devoti ai propri carnefici. Ma la stessa energia, a Elisea, brilla nel suo aspetto positivo. La paura del nemico comune spinge le popolazioni delle Quattro Terre a fondare un’alleanza, mostrandosi un potere capace di appianare le divergenze e compattare il fronte.
Tocca corde intime
Tocca poi corde intime. È la paura di non essere all’altezza delle aspettative – proprie o altrui – come in Vega, regina elementale potentissima e tuttavia tremante in battaglia. È lo scarto tra potenza e fiducia in sé che rende l’eroismo credibile. L’eroe, qui, non è chi non teme nulla e nessuno, ma chi resta anche quando ogni fibra vorrebbe fuggire.
È apocalittica
Nei volumi centrali la paura si fa metafisica. L’oscurità che avvolge le Quattro Terre non è buio scenico ma pressione ontologica: la temperatura cala, la notte si addensa, dalle tenebre emergono ombre e creature sconosciute, pronte a devastare la natura e i domini degli uomini. La paura qui diventa la possibilità che il mondo stesso perda il suo ordine.
Nel quarto volume la paura esplode in registro apocalittico. Nemesis non minaccia, dimostra. «Voglio che tu conosca il terrore che sta per abbattersi sul mondo», e il mondo obbedisce: lampadari che bruciano senza luce, mura che crollano, il Monte della Rovina che trema. A Elisea il terremoto «semina terrore fra i civili e sgomento fra i soldati». La paura diventa fenomeno collettivo, contagio emotivo che mette alla prova istituzioni e legami interpersonali.
Misura della responsabilità
C’è infine la paura dell’inevitabilità del fato. Ga-Isen e Deithoros, legati dallo stesso destino, sono terrorizzati da ciò che questo implica. Sono lì per trionfare o per soccombere? È qui che la saga mostra la sua etica: la paura non ha l’ultima parola, ma educa. Quando risuona il Pianto del Mondo e la speranza pare «scivolare via, come luce risucchiata in un buco nero», l’Erede riconosce il proprio limite ed è in quel momento che sceglie. La paura diventa così misura della responsabilità e della maturità del cuore. Rivela quanto l’eroe può perdere, e cosa deve diventare per non perdere sé stesso.
«Vedo che inizi a capire, Erede. Ma lascia che ti dia una dimostrazione. Voglio che tu conosca il terrore che sta per abbattersi sul mondo».
Vol. 10 – Cap. 4: Il Trono del Diavolo