
Acceleratore morale
Nel Ciclo dell’Abisso e della Luce la rabbia è un acceleratore morale: può farsi gesto di giustizia, oppure precipitare in hybris. La scena-soglia è nel primo volume: sotto il trauma della perdita, in Ga-Isen la collera che covava dilaga e cambia la realtà. L’onda d’urto devasta Desma. La furia non è più solo un sentire, diventa forza cieca capace di scavare crateri e cancellare una città. Proprio lì se ne rivela il lato più pericoloso, con l’io che tenta di consegnarsi al piacere della distruzione. Ga-Isen avverte in sé «un potere oscuro come l’Abisso» e il desiderio di uccidere non per giustizia, ma per il gusto di farlo. La lezione è netta: la rabbia va governata, non repressa; bisogna darle una forma.
Sconforto davanti all’ingiustizia
C’è poi la rabbia che nasce dallo sconforto davanti all’ingiustizia. L’inganno di Alisilmadik ai danni di Onnjdia – amata per oltre un millennio e infine uccisa – scatena in Ga-Isen una collera selvaggia e istintiva. Non è solo indignazione per un delitto; è il grido contro un ordine cosmico che sembra ammettere l’atrocità. È la rabbia di chi intuisce che i perché sfuggono, le risposte non arrivano, le ingiustizie accadono, e nessuno veglia davvero su di noi. Qui la saga fa un passo ulteriore e la rabbia diventa domanda metafisica, energia che reclama un senso per le cose.
«Come hai potuto ridurti così?», disse Onnjdia all’amato generale con un filo di voce, tanto la vita la stava ormai abbandonando. «Non hai nessuno scrupolo, nessuna pietà, nessun principio».
Vol. 1 – Cap.25: La crisi di Selwin
«I morti non hanno princìpi da servire», disse lui stringendo fra le mani il ciondolo che indossava al collo, tradendo i suoi reali sentimenti con una lacrima.
Lei lo guardò con dolcezza, chiuse gli occhi, poggiò il capo a terra e sospirò. «Ti amo Ali», disse poco prima di morire.
[…]
Il cielo continuava a piangere, le Vedove Angeliche e il gruppo di combattenti piangevano con lui. Se davvero esisteva qualcuno a tenere le redini della vita degli uomini, questo qualcuno aveva scelto di accanirsi contro di loro in maniera atroce e incomprensibile.
[…]
Ga-Isen non era più riuscito a trattenersi, e alla fine era successo: la rabbia che covava dentro di sé era esplosa, e una parte profonda e oscura della sua anima era finalmente uscita allo scoperto.
Rabbia etica
Nel secondo volume la rabbia si fa etica. Di fronte al nichilismo di Tamais, Parsifal “prova una rabbia infinita”, ma la sua reazione non è sbracata. Parsifal difende l’idea che la magia sia armonia, non dominio. La sua è una rabbia controllata, che si manifesta, ma con una consapevolezza precisa. In parallelo, Ga-Isen riconosce in Nemesis «un’antica rabbia mai soppressa», e quando l’ira non ha freni, si coagula in progetto di annientamento.
Nel terzo volume l’ira assume una dimensione civile. A Elisea l’assemblea esplode in accuse e Parsifal sente “montare la rabbia”. Ma non la fa esplodere, la domina e la reintegra in responsabilità politica, riconoscendo i propri errori e riallineando il racconto collettivo.
Rabbia apocalittica
Nel quarto volume vediamo la rabbia apocalittica. Nemesis stringe i pugni e la materia cede: si manifestano crepe, crolli, fulmini, persino un terremoto devastante. La collera del Figlio Oscuro è geologia emotiva: piega il paesaggio, terrorizza gli alleati, impone silenzio. È l’avversario che usa la rabbia come idolo di potenza, contro la contro-mossa dei protagonisti, che la trattano come forza da trasfigurare.
Rabbia come energia morale
In tutto l’arco narrativo, la rabbia agisce come cartina di tornasole della libertà interiore. Se la subisci, ti possiede; se la governi, illumina il bisogno di giustizia. Non si tratta di spegnerla – senza, il mondo resterebbe ingiusto – ma di disciplinarla perché non diventi specchio dell’Abisso che si combatte. Le figure della saga imparano, scena dopo scena, a passare dalla reazione allo stato creativo: dall’urto che distrugge al colpo che corregge; dall’odio che consuma alla decisione che salva.
Per questo la rabbia, nel Ciclo dell’Abisso e della Luce, non è un difetto da rimuovere, ma un’energia morale da educare. Quando indica l’ingiustizia e chiede misura, diventa strumento di verità. Quando cerca solo sé stessa, apre la voragine. Sta ai personaggi – e al lettore – scegliere da che parte della soglia restare.
Quando la rabbia divenne incontenibile, Nemesis serrò i pugni ancora poggiati sul muretto fra due merli. Dapprima una crepa si allargò come una ragnatela, poi un grosso detrito si staccò dalla parete, rovinando nel cortile sottostante come una frana. Alcuni Fosaiscra e un Aneriza che vi stazionavano furono travolti.
Vol. 4 – Cap. 2: L’attacco degli Uomini Liberi
Gli occhi della Belva Feroce erano ormai iniettati di sangue, gonfie vene bluastre pulsavano lungo le sue braccia. Uno smisurato potere demoniaco accorse da chissà quale bolgia infernale per addensarsi attorno a lui e donargli una frazione della forza leggendaria appartenuta a suo padre.