
Identità, memoria e trasformazione nel Ciclo dell’Abisso e della Luce
«Io chi sono?» domanda Ga-Isen nel primo volume, dopo che Gabriel lo ha chiamato Prescelto senza spiegargli il segreto della sua natura. All’inizio sembra che la risposta debba trovarsi nella sua origine: perché è nato Eretico? A quale specie appartiene davvero? Ma ogni rivelazione, invece di risolvere il mistero, aggiunge un nuovo nome: uomo, Eretico, erede, demone, angelo, demangelo.
Nel Ciclo dell’Abisso e della Luce il problema dell’identità diventa concreto. I personaggi cambiano corpo e aspetto, perdono la memoria, assumono nuovi nomi, si reincarnano, vengono posseduti, si dividono in personalità differenti o si fondono con altre presenze. Se tutto ciò che usiamo per riconoscere una persona può mutare, che cosa le permette di rimanere sé stessa?
La saga distingue progressivamente due domande: che cosa siamo e chi siamo. La natura, il corpo e l’origine descrivono le condizioni di un’esistenza; non esauriscono però la persona che vive al loro interno. L’identità possiede una continuità spirituale, ma prende forma nel tempo attraverso memoria, volontà, responsabilità e legami. Non rimaniamo noi stessi perché non cambiamo mai: rimaniamo noi stessi quando riusciamo ad attraversare il cambiamento senza consegnargli tutta la nostra storia.
In breve. Nel Ciclo nessuna definizione basta a dire interamente chi è una persona. Corpo, specie, origine, nome e memoria possono rivelare una parte della verità, ma possono anche essere alterati, perduti o imposti. L’identità è la continuità di una coscienza e di una volontà che, attraverso le trasformazioni, riconosce la propria storia, risponde delle proprie azioni e custodisce legami liberamente scelti.
Avvertenza. Questa pagina analizza l’intera saga e contiene anticipazioni importanti, compreso il finale del quarto volume.
INDICE DI LETTURA
- «Che cosa sono?» non è ancora «chi sono?»
- L’origine spiega una vita, ma non la possiede
- Una copia può essere una persona autentica?
- Siamo il nostro corpo?
- Se perdiamo la memoria, restiamo noi stessi?
- Possiamo cambiare senza diventare qualcun altro?
- Nessuno diventa sé stesso da solo
- Ga-Isen e la risposta finale: «soltanto un uomo»
«Che cosa sono?» non è ancora «chi sono?»
Ga-Isen cerca a lungo una definizione capace di spiegargli ogni cosa. Prima sa soltanto di essere un Eretico, creatura nata dalla violazione delle leggi del Cosmo e per questo guardata con sospetto. Poi scopre di essere figlio delle reincarnazioni di un angelo e di una demone, generato per diventare l’Erede di Reschith. In seguito manifesta forme demoniache e angeliche, viene chiamato demangelo e, nell’ultima battaglia, arriva perfino a incarnare una potenza divina.
Nessuna di queste rivelazioni è falsa. Ciascuna descrive una componente reale di Ga-Isen, ma nessuna riesce a contenerlo. Più i titoli si accumulano, più diventa evidente l’errore iniziale: cercare la propria identità come se fosse una categoria segreta, definitiva, nascosta nel sangue.
Enkiseleno gli offre un’altra prospettiva:
«Tu sei un uomo. Il tuo sarà un percorso fatto di attimi vissuti e di scelte. Saranno quelle scelte a forgiare davvero ciò che diventerai».
Vol. 2, cap. 9: il grande santo
La natura stabilisce poteri, limiti e possibilità; la persona emerge dal modo in cui li abita.
La saga non nega dunque che esista una natura individuale. Nel suo universo l’anima, le specie e la reincarnazione sono realtà concrete. Distingue però il dato metafisico dall’identità personale: sapere che cosa sia Ga-Isen non basta ancora a sapere chi egli scelga di essere.
L’origine spiega una vita, ma non la possiede
Cardia porta questa distinzione al suo punto più radicale. Crede di essere una giovane sopravvissuta alla distruzione del proprio villaggio; scopre invece di essere stata creata da Deithoros come arma contro il Prescelto. La rivelazione la sconvolge perché sembra sottrarle non soltanto il passato, ma il diritto stesso di considerarsi umana:
«Io non sono una ragazza! Sono un mostro!»
Vol. 3, cap. 1: il generale fantasma
Eppure il progetto del creatore non coincide con l’identità della creatura. Cardia si innamora, ha paura, nasconde la verità, commette errori e resiste all’ordine di tradire Ga-Isen. Kerlas può servirsi di lei soltanto sospendendone la coscienza e possedendone il corpo. Uriel ne trae la conclusione decisiva:
«Deithoros ha creato una vita umana perfetta e, come tale, libera, detentrice di una personalissima volontà».
Vol. 3, cap. 1: il generale fantasma
Essere nata come strumento non fa di Cardia uno strumento. La causa che le ha dato origine spiega perché esista, ma non acquisisce per questo il diritto di stabilire chi debba diventare. La sua umanità non dipende da una genealogia naturale: dipende dall’essere un soggetto, non un oggetto; qualcuno capace di volere e non soltanto di eseguire.
Anche Ga-Isen è stato concepito in vista di una funzione. Gli arcangeli hanno preparato la sua nascita perché salvasse il mondo. La differenza fra un’arma e una persona appare quando egli può interrogare quella funzione, rifiutarla e infine assumerla per ragioni proprie. L’origine consegna a entrambi una storia già cominciata; non ne scrive da sola la conclusione.
Una copia può essere una persona autentica?
Avigail crede per secoli di essere un vampiro. Scopre poi di essere un angelo di Masloth e, infine, il doppelganger dell’arcangelo Raziel: la parte buona che si è separata da lui quando la sua natura si è corrotta. La risposta tanto cercata sembra trasformarlo nell’immagine derivata di qualcun altro, una copia priva di un’origine veramente propria.
Ma il percorso di Avigail smentisce l’idea che ciò che deriva da altro sia necessariamente meno reale. Non possiede i ricordi di Raziel e non condivide la sua colpa. Possiede invece secoli vissuti a Dorodoka, il legame con Nusdok, il desiderio di vedere le stelle, l’amicizia con Ga-Isen e le scelte compiute in guerra. Raziel è la causa della sua esistenza; non è la persona che Avigail è diventato.
Dopo la morte dell’arcangelo, Avigail viene posto sul trono di Masloth. Camael precisa che resterà comunque un doppelganger: non avviene alcuna trasformazione miracolosa in un nuovo “originale”. Eppure gli vengono affidati un ruolo pubblico, una responsabilità e il futuro della Seconda Sephira. La saga riconosce così che l’autenticità non richiede di essere primi o irripetibili nella propria origine. Richiede un centro di esperienza e di volontà che abbia costruito una storia sua.
Avigail eredita qualcosa da Raziel, ma non è condannato a ripeterlo. È una parte divenuta individuo. Il suo caso rovescia una paura molto umana: derivare da un altro, assomigliargli o portarne una traccia non significa essere soltanto la sua ombra.
Siamo il nostro corpo?
Nel mondo della saga corpo e spirito sono distinti, ma intimamente legati. Proprio per questo la possessione costituisce una delle violazioni più profonde dell’identità. Quando Kerlas entra in Cardia, il suo corpo continua a muoversi e parlare, ma «la vera Cardia» rimane sprofondata nel torpore dei sensi. Ciò che quelle mani compiono non può essere attribuito alla volontà della ragazza.
Kerlas spinge il problema ancora oltre. Essendo fuoco spirituale, può abitare corpi diversi e servirsi perfino delle spoglie di Witto il Pacifista. Quel corpo conserva forza, capacità e tracce del passato, ma finché è occupato dal Generale Fantasma rimane un simulacro. Quando l’Anello del Negromante vi riaccende la vita, l’antica personalità di Witto riesce ad affiorare e a opporsi dopo otto secoli di oscurità. La stessa materia può dunque diventare il terreno di uno scontro fra volontà differenti.
Selwin offre un’immagine più semplice e altrettanto eloquente. Dopo aver assorbito Aamon Riper, può assumere interamente l’aspetto del demone. Ga-Isen, però, guardandolo in faccia, nota che i suoi occhi non sono cambiati: lo sguardo è ancora quello di Selwin. Il corpo testimonia ciò che gli è accaduto, ma non pronuncia da solo il verdetto su chi egli sia.
La saga non considera il corpo un involucro irrilevante. Le ferite, le trasformazioni e i poteri modificano l’esperienza che ciascuno ha di sé. Il corpo è una parte della storia personale, non la sua totalità. Può esprimere una volontà, nasconderla oppure essere usato contro di essa; per riconoscere una persona bisogna guardare anche a chi, in quel corpo, sta davvero agendo.
Se perdiamo la memoria, restiamo noi stessi?
Avigail non ricorda la propria nascita né Masloth. Eppure, prima ancora di conoscere la verità, avverte di essere diverso dai vampiri e conserva un’inclinazione alla compassione che l’ambiente di Dorodoka non riesce a cancellare. L’amnesia lo priva di una parte di sé, ma non lo rende vuoto. La sua identità continua a manifestarsi nei desideri, negli affetti e nelle decisioni.
Anche i nomi non funzionano come etichette assolute. Enkiseleno rivela di essere in realtà Byakko, la Tigre Bianca dell’Ovest. Quando Ga-Isen gli domanda come debba chiamarlo, il Saggio ride: come potrebbe chiamarlo, se non Enkiseleno? Il nome ricevuto dagli uomini non è diventato falso dopo la scoperta di quello originario. Racconta la persona che Byakko è stato per Atlantide e nelle relazioni costruite in quel mondo.
Metatron introduce un caso ancora più incerto. L’essere incontrato da Ga-Isen nell’Eremo di Reschith si presenta come «il frammento di qualcuno vissuto nel passato», una porzione d’anima e una proiezione della volontà sopravvissute alla morte. Si presenta come Metatron, ma non è più la totalità di ciò che Metatron fu. La saga sceglie parole prudenti: una persona può lasciare una continuità reale senza che ogni sua manifestazione coincida perfettamente con l’intero individuo.
La memoria è quindi essenziale, ma non sufficiente. Conserva la trama con cui interpretiamo noi stessi; se viene cancellata, l’identità è ferita e privata di una parte della propria storia. Non per questo scompare ogni continuità. Rimangono lo spirito, la volontà, inclinazioni profonde e, soprattutto, gli altri: coloro che ricordano un nome e possono restituire a una persona ciò che da sola non riesce più a vedere.
Possiamo cambiare senza diventare qualcun altro?
Quasi tutti i protagonisti cambiano, ma Selwin e Lyothon mostrano i due casi più estremi. Selwin permette ad Aamon Riper di entrare nella propria anima, viene deformato dall’ambizione e dalla manipolazione, arriva a combattere contro l’amico che ama. Ritrovare sé stesso non significa tornare identico al ragazzo precedente. Deve riconoscere ciò che ha fatto, convivere con il potere assorbito e costruire un modo diverso di usarlo.
Lyothon attraversa una trasformazione ancora più profonda. È angelo, Ribelle, uomo sotto il nome di Cole, Eretico, Caduto e infine Deithoros. Il nuovo nome sembra designare un essere completamente diverso, libero dal dolore e dalle responsabilità di quello precedente. Ga-Isen rifiuta questa separazione:
«Deithoros è solo una maschera. […] Tu non sei la maschera che indossi. Tu sei Lyothon!»
Vol. 4, cap. 28: destino
Definire Deithoros una maschera non significa negare i crimini commessi né attribuirli a un estraneo. Al contrario, Lyothon può ritrovare sé stesso soltanto riconoscendo come proprie le conseguenze di quella lunga caduta. La redenzione non gli restituisce un’innocenza intatta: ricongiunge memoria, responsabilità e capacità di scegliere ancora.
Il Ciclo evita così due estremi. Non siamo essenze immobili, condannate a ripetere per sempre ciò che siamo stati; ma non possiamo neppure diventare “un altro” per sottrarci alla nostra storia. Cambiare autenticamente significa assumere la continuità fra il prima e il dopo e decidere quale parte di quella storia debba guidare il futuro.
Nessuno diventa sé stesso da solo
L’identità nel Ciclo non nasce soltanto dall’introspezione. Spesso un personaggio riesce a riconoscersi perché qualcuno continua a vederlo oltre la deformazione. Nusdok scorge in Avigail un figlio prima che il giovane conosca la propria origine; Maia restituisce a Selwin lo spazio per separare la propria voce da quella di Aamon Riper; Céleste vede Lyothon anche quando lui tenta di scomparire dietro il nome di Cole e il silenzio sul passato.
Lo sguardo altrui può anche imprigionare. Cardia viene chiamata arma, Ga-Isen Prescelto, Avigail copia, Selwin mostro. Queste definizioni diventano oppressive quando pretendono di sostituirsi alla persona. I legami buoni compiono il movimento opposto: non assegnano una parte da recitare, ma riconoscono una libertà che può ancora sorprendere.
La relazione non crea dal nulla l’identità e non autorizza gli altri a deciderla. La custodisce. Ci ricorda che nessuno possiede da solo tutta la verità su di sé e che, nei momenti in cui memoria, dolore o paura restringono lo sguardo, qualcun altro può conservare la continuità che rischiamo di perdere.
Ga-Isen e la risposta finale: «soltanto un uomo»
Nell’ultima battaglia Ga-Isen ha attraversato quasi tutte le identità possibili. È uomo, Eretico, Prescelto, demone, angelo, demangelo e incarnazione divina di Cosmos. Eppure la risposta definitiva arriva quando Bythos ha cancellato il Creato e ogni categoria sembra aver perso la propria utilità.
Ga-Isen ritrova nel cuore le persone incontrate lungo il viaggio. I morti, i vivi, coloro che lo hanno amato e coloro di cui ha raccolto la volontà esistono ancora nei legami che lo hanno formato. È allora che «Eretico, demone, demangelo, prescelto» diventano parole insufficienti e lui si sente «soltanto un uomo».
Non è un ritorno a una presunta purezza umana. In quel momento Ga-Isen è più composito e potente che mai. Essere uomo significa per lui riuscire a tenere insieme origini opposte, trasformazioni, ferite, volontà e relazioni senza lasciarsi ridurre a una sola di esse. L’identità non si trova eliminando le contraddizioni, ma dando loro una forma responsabile.
La risposta della saga contiene dunque due livelli. Sul piano metafisico, lo spirito offre un principio di continuità che può sopravvivere al corpo, alla perdita della memoria e perfino alla morte. Sul piano umano, però, quel nucleo non è ancora un’identità compiuta. Diventa qualcuno attraverso le esperienze che riconosce come proprie, le scelte di cui risponde e i legami che decide di custodire.
Non siamo noi stessi perché nulla in noi cambia. E non possiamo inventarci come se non avessimo un’origine, un corpo o un passato. Siamo la continuità capace di dire: questa storia, queste ferite, queste azioni e queste persone mi appartengono; non spiegano tutto ciò che sono, ma sono io a doverne rispondere.
Nel Ciclo dell’Abisso e della Luce, diventare sé stessi non significa scoprire una definizione nascosta. Significa attraversare tutte le definizioni senza permettere che una sola abbia l’ultima parola.