Quale limite deve avere il potere?

Conoscenza, tecnica e tentazione di farsi Dio nel Ciclo dell’Abisso e della Luce

Nel Ciclo dell’Abisso e della Luce il potere non appartiene soltanto ai sovrani e agli eserciti. È forza fisica, magia, conoscenza, autorità politica, capacità di creare la vita e perfino facoltà di modificare l’ordine del Cosmo. Quasi tutti i protagonisti ne hanno bisogno: senza potere non potrebbero difendere gli innocenti, liberare i popoli soggiogati o contrastare la Terra dei Vulcani.

La saga, quindi, non oppone semplicemente i deboli, buoni, ai potenti, malvagi. Pone una domanda più difficile: che cosa impedisce a chi può fare qualcosa di considerarsi anche autorizzato a farla? Una forza capace di salvare può distruggere; una conoscenza nata per migliorare la vita può trasformarla in combustibile; un governo che promette ordine può cancellare la libertà di coloro che afferma di voler proteggere.

Il confine non dipende dalla quantità del potere posseduto. Appare nel rapporto con l’altro. Il potere perde legittimità quando la capacità diventa un presunto diritto assoluto, il fine giustifica ogni mezzo e una persona smette di essere riconosciuta come un soggetto per diventare uno strumento. Il suo limite non è la debolezza: è la dignità di ogni altra volontà.

In breve. Nel Ciclo il potere è necessario e può essere fecondo: permette di curare, creare, proteggere e liberare. Diventa dominio quando chi lo esercita non accetta più di rispondere delle conseguenze, pretende di decidere il bene al posto di tutti e rende sacrificabile la vita altrui. Il potere legittimo riconosce un limite nella libertà e nella dignità dell’altro; quello assoluto tenta invece di assorbire ogni volontà dentro la propria.

Avvertenza. Questa pagina analizza l’intera saga e contiene anticipazioni importanti, compreso il finale del quarto volume.


Il potere di agire: la forza deve servire qualcosa

Nel mondo della saga essere impotenti non è una virtù. I popoli oppressi hanno bisogno di guerrieri, magia, armi e istituzioni capaci di proteggerli. Ga-Isen deve accrescere la propria forza; Leena e Da’ken dedicano anni allo studio e all’addestramento; l’Alleanza degli Uomini Liberi nasce perché nessun individuo, per quanto eccezionale, potrebbe affrontare da solo la Terra dei Vulcani.

Il problema non è dunque possedere forza, ma stabilire a quale fine debba essere subordinata. Semes lo afferma parlando della virtù custodita nel Tempio del Fuoco:

La potenza, da sola, non contiene il criterio del proprio uso. Può aprire la strada alla libertà oppure imporre una nuova soggezione.

Questa distinzione attraversa anche le trasformazioni di Ga-Isen. Il potere demoniaco non è malvagio soltanto perché oscuro, né quello angelico è automaticamente giusto perché luminoso. Entrambi possono difendere o devastare. Ciò che conta è la volontà che li dirige e la capacità di non lasciarsi sostituire dalla forza che si impugna.

La saga non celebra perciò la rinuncia ad agire. Chiede che l’azione risponda a qualcosa che le sia superiore: giustizia, responsabilità, protezione della vita. Una forza incapace di riconoscere questo vincolo non è più una virtù. È soltanto superiorità.


Il potere di creare: Parsifal e l’Homunculus

Parsifal si avvicina al limite in uno dei suoi esperimenti più audaci. Dopo aver studiato il Lahcoi, il linguaggio essenziale della realtà, tenta di ricreare l’Ermafrodito originario e di dimostrare a sé stesso di avere raggiunto un potere quasi sovrumano. Il risultato è l’Homunculus: non la creatura perfetta che immaginava, ma due coscienze riunite in un unico corpo.

Sono proprio le due voci della creatura a giudicare il loro artefice:

Eppure non condannano la propria nascita. Ricordano a Parsifal che creare la vita è già un miracolo e si dichiarano riconoscenti per il dono ricevuto. L’esperimento è fallito rispetto al progetto del creatore, non rispetto al valore della creatura.

Qui la saga evita una condanna semplice della conoscenza. Parsifal non è punito perché ha osato creare; viene costretto a riconoscere che una vita nuova non può essere misurata soltanto sulla funzione per cui è stata generata. Quando ammette di soffrire perché l’Homunculus è ancora confinato nell’ampolla, comprende che la capacità di dare la vita produce una responsabilità verso chi l’ha ricevuta.

Cardia porterà lo stesso problema a una conclusione ancora più netta. Deithoros la crea come arma contro l’Erede, ma non crea per questo il diritto di possederne la volontà. Una creatura capace di coscienza e scelta eccede il progetto del suo artefice. Dare origine a qualcuno non significa diventarne il padrone. Il primo limite del potere creatore è la libertà della vita creata.


Il potere della tecnica: chi paga il progresso?

L’Arsmagia dimostra che nella saga la tecnica non è malvagia per natura. La fusione di meccanica e magia aziona imbarcazioni, veicoli e sistemi d’illuminazione; a Elisea alleggerisce lavori un tempo estenuanti e mette le conoscenze dell’Era Antica al servizio della città. Lo stesso sapere può curare, trasportare e ampliare le possibilità umane.

A Bensalem, però, il progresso mostra il suo prezzo nascosto. Circa un migliaio di uomini, donne, anziani e bambini vengono rinchiusi in cabine e privati della propria energia vitale per alimentare gli impianti arsmagici. Sono chiamati «pile-umane»: il nome stesso cancella la persona e conserva soltanto l’utilità del suo corpo.

Non si tratta soltanto dell’uso crudele di una tecnologia neutrale. L’intero sistema di Bensalem è costruito affinché il risultato conti più di chi ne sostiene il costo. Le vite diventano unità di energia, gli esseri viventi cavie, le creature prodotte strumenti militari. Quando Kerlas mette in moto il gigantesco golem della città, consuma perfino l’energia dei propri sudditi. Nel potere senza limite, la distinzione tra nemico e alleato finisce per scomparire: chiunque può essere sacrificato.

La domanda decisiva non è allora quanto una tecnica sia avanzata, ma quale rapporto istituisca fra le persone. Chi ne trae beneficio? Chi ne paga il prezzo? Chi può rifiutarsi? A Bensalem la risposta è sempre la stessa: decide chi controlla il sistema, mentre tutti gli altri vengono ridotti a materiale disponibile.


Il potere di governare: una tirannia può volerci bene?

Il dominio comincia spesso dalla pretesa di conoscere la sola verità. Durante la disputa nel Castello di Elisea, Buer invita a diffidare di chi si presenta come suo unico detentore:

Anche quando la sua posizione sul male viene contestata, l’avvertimento conserva il proprio valore. Chi crede di possedere tutto il vero rischia di considerarsi anche l’unico autorizzato a decidere.

Raziel e Gabriel formulano la più insidiosa giustificazione del dominio. Osservano la crudeltà, l’egoismo e i conflitti degli uomini e concludono che la libertà sia un potere di cui essi non sono degni. Un essere superiore dovrebbe governarli, imporre l’ordine che non sanno darsi e condurli verso un bene più grande.

Il loro Nuovo Ordine non nasce dal desiderio dichiarato di diffondere il caos. Nasce dalla convinzione di sapere che cosa sia meglio per tutti. Proprio per questo è pericoloso: quando chi governa si considera superiore per natura, il dissenso diventa una malattia da curare e la libertà un errore da correggere. Per costruire il mondo perfetto, Raziel e Gabriel finiscono infatti per considerare lecito qualsiasi mezzo.

Angitia mostra lo stesso meccanismo ormai trasformato in regime. Il Clericato dell’Ofiuco interpreta la volontà di Mahazael, decide chi sia devoto e chi demoniaco, riscrive la memoria collettiva. Gli Ariel sono incatenati e degradati, ma molti hanno imparato ad accettare la propria condizione. Il dominio raggiunge la forma più profonda quando non ha più bisogno di essere imposto soltanto con la forza, perché le sue vittime hanno assorbito il racconto dei loro padroni.

Enkiseleno e Parsifal offrono due risposte imperfette ma opposte. Enkiseleno dona ad Atlantide una costituzione e poi si ritira sul Monte Athanasius perché non vuole diventarne il tiranno. Parsifal, davanti al popolo di Elisea, depone corona e piviale, riconosce pubblicamente i propri errori e parla non come sovrano, ma come uomo e sopravvissuto. Nessuno dei due rinuncia all’autorità; entrambi riconoscono però che il rango non rende infallibili.

Il potere politico diventa legittimo non quando proclama di conoscere ogni risposta, ma quando accetta di essere responsabile, disposto ad ascoltare e limitato dal bene di coloro che serve. Un’autorità che non deve rispondere a nessuno ha già cominciato a trasformare i cittadini in sudditi.


Il potere di scegliere i mezzi: la prova di Angitia

Durante la battaglia di Angitia, Mahazael offre a Ga-Isen un vantaggio quasi irresistibile. Se manterrà segreti gli orrori compiuti nel regno e abbandonerà gli Ariel alla schiavitù, il demone sosterrà l’Erede nella guerra contro Deithoros. In un conflitto da cui dipende il futuro del mondo, un’armata infernale potrebbe fare la differenza.

È qui che il potere viene sottoposto alla sua prova morale più concreta. Ga-Isen comprende che accettare significherebbe ottenere la forza necessaria a salvare molti sacrificando deliberatamente altri. La vittoria finale verrebbe costruita sulla stessa logica della Terra dei Vulcani: alcune vite trasformate nel prezzo da pagare per un progetto più grande.

Il suo rifiuto non è ingenuità strategica. È la consapevolezza che un fine giusto non rende giusto qualsiasi mezzo. Se per sconfiggere il dominio bisogna accettare che un popolo rimanga dominato, ciò che si salva è soltanto il nome della libertà. Il limite che Ga-Isen riconosce non scompare nemmeno davanti all’emergenza: nessuna persona può diventare una moneta da spendere senza il proprio consenso.

La saga non promette che rispettare questo limite conduca sempre alla soluzione più facile. Al contrario, rende la strada più rischiosa. Ma proprio l’esistenza di qualcosa che non si è disposti a fare distingue il liberatore dal conquistatore.


Il potere di farsi Dio: quando il limite deve scomparire

Kerlas porta all’estremo il sogno di superare ogni vincolo. Dopo aver scoperto il punto di unione tra spirito e materia, propone a Deithoros di trasformarlo in un dio: insieme diventeranno i padroni del mondo. All’origine del progetto c’è anche una ferita comprensibile. Lyothon vuole restituire la vita a Céleste come autentico essere umano, compiendo ciò che soltanto una divinità potrebbe fare.

Ma il desiderio di vincere la morte si unisce presto a quello di dominare l’esistenza. Deithoros crea Cardia, aspira all’onnipotenza e vuole rifondare il Cosmo secondo la propria risposta al dolore. Non accetta che vi siano eventi irreversibili, volontà che possano rifiutarlo o un ordine che non dipenda da lui. L’assolutezza del potere dovrebbe finalmente liberarlo da ogni limite esterno.

Accade il contrario. Il corpo divino ottenuto attraverso il progetto di Kerlas diventa il mezzo attraverso cui Bythos può incarnarsi. Colui che voleva possedere un potere sconfinato viene posseduto da una forza più grande e trasformato a sua volta in strumento. La ricerca dell’onnipotenza non espande definitivamente il soggetto: finisce per cancellarlo.

Il problema, però, non consiste semplicemente nell’oltrepassare il confine fra umano e divino. Anche Ga-Isen diventa l’incarnazione di un eone. La differenza è nel rapporto con quella potenza: Deithoros la cerca per imporre al mondo una conclusione decisa da lui; Ga-Isen la riceve mentre raccoglie le volontà e i legami che il nemico credeva di avere cancellato.


Il potere di salvare: Ga-Isen non prende il posto degli altri

Nel confronto finale Ga-Isen possiede una forza divina, ma continua a definirsi «soltanto un uomo». Il suo potere non nasce dall’isolamento né dal desiderio di elevarsi sopra ogni altra creatura. È alimentato dalle voci di chi ha conosciuto, dalle scelte di chi ha combattuto prima di lui e dai legami che conserva nel cuore.

Nemmeno quella potenza è sufficiente da sola. Per sconfiggere Bythos occorrono l’intervento di Metatron, il ritorno di Lyothon e l’ultimo gesto di Ga-Isen. Dopo la vittoria, l’Erede rifiuta l’immagine del salvatore solitario:

Questa frase completa la riflessione della saga. Il potere buono non sostituisce l’azione degli altri: permette a forze differenti di incontrarsi. Non assorbe le volontà in un unico padrone, ma le raccoglie senza cancellarle. Ga-Isen non trasforma la vittoria in un diritto a governare il Creato e non usa la propria natura divina per ottenere una ricompensa personale. La sua potenza rimane legata al compito per cui è sorta e si consuma in esso.

Anche l’eroe più potente resta quindi dipendente dagli altri, esposto all’errore e responsabile delle conseguenze. Non è questa una debolezza del suo potere. È ciò che gli impedisce di diventare assoluto.


Qual è, allora, il limite del potere?

Il Ciclo dell’Abisso e della Luce non fissa una soglia oltre la quale il potere diventi necessariamente corrotto. Ga-Isen può incarnare Cosmos e restare umano; un semplice sacerdote può invece esercitare una tirannia devastante su persone quasi prive di difese. Non è l’immensità della forza a decidere il suo valore.

Il limite appare ogni volta che il potente incontra un’altra volontà. Se la riconosce come libera, il potere può diventare servizio, protezione, responsabilità e creazione. Se la considera inferiore, sacrificabile o disponibile, diventa dominio. Per questo il creatore non possiede la creatura, il governante non possiede il popolo, lo scienziato non possiede le vite che può manipolare e neppure un dio acquista, per la sola grandezza della propria natura, il diritto di cancellare il mondo.

La risposta della saga non è una diffidenza assoluta verso la forza. Senza forza, il male resterebbe incontrastato. È piuttosto l’affermazione che poter fare non significa avere il diritto di fare. Ogni potere ha bisogno di una misura che non sia stabilita da lui stesso.

Nel Ciclo, la forma più alta del potere non è l’onnipotenza. È la capacità di fare molto, rispondere delle proprie azioni e sapere che non tutto ciò che è possibile è anche lecito.