
Virtù, coscienza e responsabilità nel Ciclo dell’Abisso e della Luce
Nel mondo del Ciclo dell’Abisso e della Luce i valori sembrano provenire dall’alto. Le quattro Nobili Virtù sono custodite in templi elementali; angeli e saggi parlano in nome dell’ordine del Cosmo; sovrani, sacerdoti e guerrieri invocano continuamente giustizia, dovere, fedeltà e sacrificio. Tutto suggerisce che il bene sia già stato definito e che agli uomini resti soltanto obbedire.
Eppure proprio i popoli incaricati di proteggere le virtù finiscono per tradirle. Autorità divine commettono errori, una promessa può alimentare la vendetta, il dovere può diventare obbedienza cieca e il sacrificio può essere il nome nobile dato alla vita che qualcuno ha deciso di spendere al posto di un altro. Se neppure un tempio o un dio garantiscono la bontà di un’azione, su che cosa possono fondarsi i valori?
La saga non risponde consegnando a ogni individuo il diritto di stabilire da solo ciò che è bene. Nemesis mostra dove conduce una morale ridotta alla volontà: chi possiede il potere può trasformare il proprio volere in legge morale. Il Ciclo cerca una terza strada. I valori non sono formule già compiute, ma neppure preferenze arbitrarie. Diventano reali quando una persona libera accetta di lasciarsi giudicare da essi, risponde delle conseguenze delle proprie scelte e riconosce nell’altro una libertà che non può usare come mezzo.
In breve. Nel Ciclo un valore non è vero soltanto perché è custodito in un tempio, proclamato da un’autorità o attribuito alla volontà divina. Ma non è vero neppure perché un individuo decide che lo sia. Giustizia, forza, prudenza e temperanza acquistano significato quando vengono vissute insieme, si pongono reciprocamente un limite e orientano la libertà verso la dignità e il bene altrui. È la responsabilità di chi le incarna — e accetta di pagarne personalmente il prezzo — a renderle sacre.
Avvertenza. Questa pagina analizza l’intera saga e contiene anticipazioni importanti, compreso il finale del quarto volume.
INDICE DI LETTURA
- Quattro parole custodite nei templi
- Quando una virtù diventa un alibi
- La giustizia deve fermare la vendetta
- Un’autorità può decidere che cosa è bene?
- La promessa: una libertà che risponde nel tempo
- Nessuno può sacrificare un altro al proprio posto
- I valori vengono dagli dèi o dagli uomini?
- Un’eredità che sopravvive alla fine del mondo
- Chi rende, allora, sacri i valori?
Quattro parole custodite nei templi
Il viaggio nei Regni Elementali conduce Ga-Isen attraverso quattro virtù: la Giustizia dell’Aria, la Forza del Fuoco, la Prudenza dell’Acqua e la Temperanza della Terra. Non sono poteri da conquistare, ma modi di orientare l’azione.
Silfo Zephirys definisce la giustizia come equilibrio: dare a ciascuno ciò che gli spetta, riconoscere l’uguaglianza e rispettare ogni manifestazione dell’esistenza. Per questo il suo cammino comincia dalla conoscenza di sé. Chi non vede le proprie ombre può credersi giusto proprio mentre infligge un’ingiustizia.
Semes insegna che la forza non coincide con la capacità di vincere. È la fiamma spirituale che tende verso un fine e non si lascia piegare, ma
«se quella forza non è asservita alla giustizia, non può condurre al bene».
Vol. 2, cap. 5: semes. il destino di un popolo
La potenza non stabilisce da sola come debba essere impiegata: ha bisogno di un criterio che le sia superiore.
Enkiseleno presenta la prudenza come la capacità di scegliere osservando la realtà dal punto di vista migliore. Essa apre la strada alla conoscenza e guida la giustizia, perché anche un fine buono può essere tradito da una decisione cieca, impulsiva o incapace di comprenderne le conseguenze.
La temperanza, infine, è la giusta misura che impedisce alle altre virtù di rovesciarsi nel proprio contrario: il piacere nel vizio, la giustizia nella vendetta, la forza nell’autodistruzione e la prudenza nella vigliaccheria. Nessuna virtù basta a sé stessa. Ciascuna ha bisogno delle altre per non diventare un assoluto.
I quattro templi custodiscono quindi una grammatica morale, non quattro risposte automatiche. Le virtù indicano direzioni, ma sono gli esseri liberi a doverle interpretare nella realtà. Proprio per questo possono sbagliare.
Quando una virtù diventa un alibi
Nel quarto volume Ga-Isen ripensa al viaggio e pronuncia un giudizio severo. La Giustizia di Lemuria si è risolta in «un egoismo mascherato»: il regno ha cercato salvezza isolandosi nel cielo, mentre il mondo sottostante soffriva. La Forza di Febe è degenerata in superbia, intolleranza e culto della superiorità. La Prudenza di Atlantide, nata per condurre alla saggezza, ha prodotto rigidità, malinconia e disperazione. La Temperanza di Angitia è diventata inazione: per evitare una sconfitta, gnomi e driadi hanno tollerato per secoli la schiavitù degli Ariel.
Il fallimento non dimostra che le virtù siano false. Dimostra che possedere una parola non significa viverla. Un popolo può edificare un Tempio della Giustizia e usare la giustizia per giustificare il proprio privilegio; può venerare la prudenza e chiamare saggia la propria paura; può appellarsi alla temperanza per non assumersi la responsabilità di agire.
Nathan esprime il principio decisivo:
«Non sono le virtù a influenzare il mondo ma gli uomini che si appellano a esse».
Vol. 3, cap. 11: il potere dell’ignoranza
I valori, da soli, sono contenitori. Ma questo non significa che ciascuno possa riempirli a piacimento. Le conseguenze delle azioni, la libertà negata e il dolore degli altri rivelano quando una virtù è diventata un alibi. Inoltre le virtù si giudicano reciprocamente: una forza ingiusta non è virtù; una prudenza priva di coraggio diventa vigliaccheria; una temperanza che permette l’oppressione ha perduto la misura che afferma di difendere.
Il Ciclo non abbandona dunque i valori: li sottrae ai monumenti, agli slogan e alle istituzioni che pretendono di possederli. Una virtù non rende giusto chi la proclama. È semmai il criterio con cui misurare la distanza fra ciò che egli dice e ciò che fa.
La giustizia deve fermare la vendetta
Fra tutte le virtù, la giustizia è quella che più facilmente può assumere il volto del proprio contrario. Chi ha subito un torto desidera che esso venga riconosciuto; ma il bisogno di riconoscimento può trasformarsi nel desiderio di far soffrire. Nusdok, Leena, Deithoros e lo stesso Ga-Isen conoscono questa tentazione.
La vendetta conserva il colpevole al centro della vita della vittima. Ripete il linguaggio del male, eredita la sua logica e permette alla ferita di continuare a decidere il futuro. La giustizia, invece, non nega il dolore e non assolve chi lo ha causato. Lo giudica affinché l’ingiustizia non continui a riprodursi.
Nel confronto finale con Bythos, Ga-Isen pensa agli amici perduti e sente che tutti meritano vendetta. Poi si corregge:
«No», si disse. «Non vendetta. Quello che cercavano… era giustizia».
Vol. 4, cap. 3: ekpyrosis
La distinzione è essenziale. Se colpisse soltanto per odio, userebbe la memoria di coloro che ama per prolungare la catena che li ha uccisi. Combattere per giustizia significa invece difendere la volontà di vivere che il nemico ha cancellato e preservare per altri la possibilità di un futuro.
La giustizia del Ciclo non è indulgenza, ma neppure annientamento del colpevole in quanto persona. Riconoscere l’umanità di chi ha sbagliato non cancella la responsabilità; impedisce che il giudizio si trasformi nella stessa negazione dell’altro da cui era nata l’offesa.
Un’autorità può decidere che cosa è bene?
Nemesis formula la versione più brutale della morale fondata sul potere: quando chi detiene la forza esercita la propria volontà,
«quella stessa volontà diventa la legge morale».
Vol. 2, cap. 20: il generale nyo osara
Angitia mostra questa idea trasformata in religione. Ferone interpreta la volontà di Mahazael, la presenta come parola di un salvatore e rende sacra l’obbedienza a un tiranno.
Il problema riguarda anche Noesia. Prima della Battaglia dei Secoli, Lyothon si domanda se debba obbedire o obbedirsi: chi ha il diritto di comandare? Lucifero gli offre una risposta seducente. Liberarsi dall’ordine imposto, però, per lui significa instaurare il proprio regno e passare dalla condizione di servo a quella di padrone. Non elimina il dominio: pretende di occuparne il vertice.
Uriel compie una disobbedienza molto diversa. Non riconoscendosi più nella neutralità del Sovrano Celeste, si schiera con gli uomini pur sapendo di diventare, agli occhi di Noesia, un traditore. Non tenta però di sostituire alla legge celeste un ordine personale. Paga lui il prezzo della scelta per difendere chi è stato abbandonato.
La differenza fra Lucifero e Uriel impedisce di identificare il bene tanto con l’obbedienza quanto con la ribellione. Disobbedire non è automaticamente nobile; obbedire non è automaticamente giusto. Bisogna chiedere che cosa difenda una scelta, chi ne sostenga il costo e quale spazio lasci alla libertà altrui.
Ga-Isen arriva alla stessa conclusione quando affronta Deithoros. La missione ricevuta dagli arcangeli acquista valore soltanto dopo essere stata scelta come propria:
«Loro, non gli arcangeli, mi hanno affidato una missione. E io combatterò per loro. Non per il destino».
Vol. 4, cap. 28: destino
Il comando dall’alto non è sufficiente. La vera autorità morale proviene dalle vite di cui egli decide liberamente di assumersi la responsabilità.
La promessa: una libertà che risponde nel tempo
Promettere significa usare la libertà presente per assumere un obbligo verso il futuro. È il modo in cui una volontà smette di vivere soltanto nell’istante e diventa affidabile per qualcun altro. Per questo le promesse attraversano l’intera saga: Agares, Vassago e Sear attendono per secoli l’Erede per mantenere la parola data; i tritoni rispondono al giuramento fatto a Maym; Ga-Isen continua a lottare per chi si è affidato a lui.
La fedeltà, tuttavia, non è buona per il solo fatto di durare. Deithoros mantiene per mille anni il giuramento di vendicarsi del cielo e della terra. La sua costanza non nobilita l’odio: lo rende più devastante. Come ogni altra virtù, anche la promessa deve essere giudicata dal bene a cui vincola e dalle libertà che rispetta.
La storia di Ga-Isen aggiunge un’altra distinzione. Egli promette a Cardia che la proteggerà e non riesce a farlo. Il fallimento lo lacera, ma una promessa non conferisce onnipotenza. Essere responsabili non significa poter garantire ogni risultato; significa rispondere di ciò che si è scelto, non usare la propria impotenza come alibi e decidere che cosa fare della fiducia ricevuta.
Heka Savar gli ricorda infatti che deve restituire ciò che gli è stato donato e ripagare la fiducia di chi ha creduto in lui. La responsabilità nasce qui come risposta: non un debito imposto da un’autorità, ma la scelta di non lasciare sterile il bene ricevuto. Ciò che qualcuno ha fatto per noi diventa una domanda rivolta alla nostra libertà.
Nessuno può sacrificare un altro al proprio posto
Il Ciclo è attraversato da sacrifici, ma non considera sacra ogni rinuncia né ogni morte. La differenza decisiva è fra offrire sé stessi e decidere che un’altra persona debba essere offerta.
Nusdok, Virgo, Parsifal e Retth, Leena e Nathan mettono liberamente a rischio o offrono la propria vita per lasciare agli altri una possibilità. Sul versante opposto, Bensalem trasforma uomini, donne e bambini in pile; Mahazael tiene in vita gli Ariel al prezzo della loro dignità; diversi governanti e potenze superiori giustificano vite consumate come mezzi per un bene futuro. In entrambi i casi qualcuno viene sacrificato, ma soltanto nel primo il soggetto rimane padrone della propria scelta.
Prima dell’ultima battaglia, Eckhart offre a ogni soldato la possibilità di andarsene, raggiungere le persone amate e scegliere liberamente come trascorrere il tempo rimasto. Promette che nessuno verrà biasimato. Solo dopo questa liberazione dall’obbligo chiede chi desideri ancora combattere. L’Armata degli Uomini Liberi merita davvero il proprio nome proprio perché il suo comandante rifiuta di trasformare il dovere in costrizione.
La saga non attribuisce valore al dolore in sé. Un sacrificio è morale quando la persona sceglie il prezzo che è disposta a pagare e lo fa per custodire vita e libertà, non per imporre la propria volontà. Nessuna grandezza del fine autorizza a scegliere il sacrificio di qualcun altro senza il suo consenso.
I valori vengono dagli dèi o dagli uomini?
Le Nobili Virtù sono state trasmesse agli uomini da esseri elementali provenienti da Noesia e custodite in luoghi sacri. La loro origine sembra dunque trascendente. Eppure il racconto mostra continuamente che né la provenienza divina né la consacrazione garantiscono il loro significato. Un angelo può tradire, un tempio può essere profanato, un saggio può sbagliare e un popolo devoto può vivere in contraddizione con la virtù che venera.
D’altra parte, se ogni individuo potesse creare da solo il bene e il male, Nemesis avrebbe ragione: basterebbe una volontà abbastanza forte per trasformarsi in legge. I valori della saga non sono invenzioni private. Sono un’eredità condivisa che precede il singolo, lo educa e può giudicarlo. Ma hanno bisogno della sua libertà per entrare nel mondo.
Alla fine del viaggio, Ga-Isen comprende che le virtù conservate nei templi, prese in sé, sono «vuote parole»:
«Sta agli uomini riempirle di significato».
Vol. 4, cap. 31: palingenesi
A sostenerlo davvero non sono state formule astratte, ma le qualità apprese dai genitori e vissute come Cacciatore di Nesmak: rettitudine, coraggio, benevolenza, cortesia, sincerità e onore. Il passaggio non svaluta i quattro templi. Mostra la loro destinazione. Una virtù diventa viva quando passa da una definizione a un gesto, da un monumento a un rapporto, da una parola ricevuta a una scelta di cui qualcuno accetta di rispondere.
Persino la libertà, che Ga-Isen riconosce come il bene più prezioso, non è la facoltà di fare qualsiasi cosa. È la condizione che rende possibile assumere un valore. Un comportamento imposto può essere conforme a una regola, ma non è ancora virtù. La moralità nasce quando una volontà potrebbe sottrarsi e decide invece di riconoscere un limite in qualcosa che non coincide con il proprio interesse.
Un’eredità che sopravvive alla fine del mondo
L’epilogo porta questa riflessione oltre la vicenda dei singoli personaggi. Dopo la Palingenesi, le Quattro Terre e i loro eroi vengono dimenticati. Una piccola comunità di chierici, però, scopre le loro gesta e ne tramanda gli insegnamenti sulla fratellanza, sull’amore e sui legami che uniscono gli esseri umani. Quei frammenti attraversano culture, filosofie e religioni del nuovo mondo.
Il narratore rivela allora che i valori considerati innati dagli uomini non lo sono affatto: appartengono a un mondo che
«dovette sacrificare tutto sé stesso per lasciarli in eredità ai posteri».
Vol. 4: epilogo
È una conclusione radicale. I valori non sono garantiti dalla natura e non sopravvivono automaticamente. Sono conquiste fragili, ottenute attraverso vite, errori, lotte e relazioni, poi affidate alla memoria di chi viene dopo.
Questo impedisce anche di considerarli un possesso. Ogni generazione riceve parole già pronunciate, ma deve riempirle nuovamente di significato. Può svuotarle, come fecero i Regni Elementali, oppure renderle feconde attraverso le proprie scelte. L’eredità morale non dispensa dalla responsabilità: la moltiplica.
Chi rende, allora, sacri i valori?
Un dio può pronunciarli, un saggio può spiegarli, un tempio può custodirli e una legge può proclamarli. Nessuna di queste cose è sufficiente. Il Ciclo dell’Abisso e della Luce affida l’ultimo passaggio agli esseri liberi.
Sono loro a rendere concreto un valore quando accettano che esso ponga un limite alla propria volontà; quando distinguono la giustizia dalla vendetta, la forza dal dominio, la prudenza dalla paura e la temperanza dall’inerzia; quando obbediscono con coscienza e sanno disobbedire senza trasformarsi a loro volta in padroni; quando mantengono una promessa giusta, rispondono della fiducia ricevuta e scelgono per sé il sacrificio che non imporrebbero a un altro.
La sacralità non deriva dunque dal rango di chi comanda, ma dalla dignità che un’azione riconosce e protegge. I valori non salvano il mondo da soli. Hanno bisogno di uomini e donne che li facciano diventare storia — e che, prima di scomparire, li consegnino ad altri.
È qui che si decide il destino dell’uomo nella saga. Non nel possesso di una natura pura, nell’appartenenza alla Luce o nell’obbedienza a un ordine infallibile, ma nella responsabilità di dare corpo al bene ricevuto. Le parole possono essere vuote. La libertà può riempirle. E ciò che una persona sceglie di farne può sopravvivere perfino alla fine del mondo.