
Sofferenza, felicità e senso dell’esistenza nel Ciclo dell’Abisso e della Luce
Il problema del male domanda perché esistano crudeltà e sofferenza. Questa pagina comincia un passo dopo: quando il dolore è già entrato in una vita e non può essere cancellato, che cosa rende ancora sensato continuarla? Essere felici significa dimenticare chi soffre? La morte libera davvero dal male? E che valore può avere un’esistenza destinata a perdere ciò che ama?
Nel Ciclo dell’Abisso e della Luce la frase «la vita è dolore» ritorna in momenti diversi e cambia significato a seconda di chi la pronuncia. Per Virgo è un richiamo alla responsabilità; per Deithoros diventa la prova che l’esistenza debba essere annientata. Gli altri personaggi cercano invece una maniera di impedire alla sofferenza di diventare l’unica verità possibile.
La saga non promette che ogni ferita guarirà o che chi resiste sarà infine felice. La sua risposta è più sobria: il dolore appartiene alla vita, ma non coincide con essa. Finché rimangono affetto, libertà, responsabilità e futuro, non sono perdute tutte le ragioni per esistere.
In breve. Il Ciclo non risponde alla sofferenza con un facile ottimismo. Continuare a vivere non significa aspettare che il dolore scompaia, ma riconoscere che esso non esaurisce il valore della vita. Vivere conserva la possibilità di amare, scegliere, riparare e consegnare qualcosa a chi verrà dopo. Nessuno, perciò, può trasformare la sofferenza altrui in una sentenza di non-esistenza.
Avvertenza. Questa pagina analizza l’intera saga e contiene anticipazioni importanti, compreso il finale del quarto volume.
INDICE DI LETTURA
- «La vita è dolore»: una frase, quattro risposte
- È egoista essere felici mentre il mondo soffre?
- La vita non è né felicità né dolore
- Accettare una ferita che non scompare
- «Non merito di continuare a vivere»: colpa e seconda possibilità
- Deithoros e la falsa misericordia del nulla
- Ga-Isen: il dolore non è tutta la verità
- Vivere non significa soltanto sopravvivere
- Perché, allora, continuare a vivere?
«La vita è dolore»: una frase, quattro risposte
Nel secondo volume Virgo interrompe la disputa fra Buer e Crocel con una domanda: la felicità esiste? La risposta ricevuta da Silfo Zephirys è severa: «La vita è dolore». In un mondo devastato dalle guerre, vivere al sicuro ignorando quanto accade fuori dalle proprie mura sarebbe una forma di egoismo.
Nel racconto della caduta di Febe, Agao formula una tesi diversa. La vita «non è felicità», ma «non è neppure dolore»: sono le scelte a darle una forma. Il suo invito a Semes è concreto: uscire dall’isolamento, tornare nel mondo, vivere ed essere felici.
Deithoros trasforma invece quelle parole in una verità assoluta. Se vivere significa perdere, ogni nascita contiene già la propria condanna e la sola salvezza sarebbe impedire all’esistenza di continuare.
Ga-Isen giunge alla quarta risposta: il dolore non è un’illusione, ma la vita è più vasta di ciò che la ferisce. Il confronto non oppone chi conosce la sofferenza a chi non la conosce, bensì modi diversi di comprenderla.
È egoista essere felici mentre il mondo soffre?
La posizione di Virgo nasce da una preoccupazione morale autentica. La felicità protetta dal privilegio, costruita sull’indifferenza verso chi soffre, è falsa. Un sovrano non può divertirsi nel proprio castello mentre il popolo vive nella fame e nel terrore; una città non può definirsi felice soltanto perché ha spinto il dolore oltre i propri confini.
Ma se soltanto gli egoisti potessero essere felici, il male otterrebbe una seconda vittoria: dopo avere inflitto sofferenza, renderebbe colpevole anche chi ritrova gioia. La saga corregge questa conclusione senza tradire la compassione da cui nasce.
Leena e gli altri bambini sopravvissuti alla distruzione di Nesmak faticano a recuperare il sorriso, il sonno e la voglia di vivere. La meditazione può alleviare il dolore, ma non cancella il trauma. Tornare a sorridere, però, non significherebbe dimenticare i morti: dimostrerebbe che la violenza non si è impadronita di tutto il loro futuro.
Dopo la morte di Virgo, Ga-Isen ricorda le sue parole e gli promette
«un mondo dove chiunque possa essere davvero felice».
Vol. 2, cap. 23: la sesta corazza
Non sceglie di rinunciare alla felicità per solidarietà con chi soffre. Vuole renderla possibile anche a coloro ai quali la violenza l’ha sottratta. La felicità smette così di essere una fuga privata e diventa un bene da condividere e difendere.
La vita non è né felicità né dolore
La risposta di Agao a Semes contiene una delle intuizioni più limpide della saga: nessun singolo stato d’animo può definire l’intera esistenza. La vita comprende gioia e perdita, apertura e paura, e non può essere ridotta a una sola delle sue esperienze.
Il romanzo, però, non trasforma questa idea in una formula consolatoria. Il giorno successivo Agao viene ucciso e Semes perde l’essere che ama proprio quando avrebbe potuto accettare il suo invito a vivere. La tragedia dimostra anche il limite delle parole del giovane: non tutto dipende dalle nostre scelte. Nessuno può decidere di non subire una guerra, una morte o un tradimento, e la rettitudine non protegge automaticamente dalla sventura.
Ciò che rimane affidato alla libertà non è il controllo degli eventi, ma la risposta che diamo loro. Agao non ha torto perché muore. La sua fine rende ancora più prezioso l’invito che Semes ha rimandato: ciò che è fragile non è per questo privo di valore. Al contrario, è proprio la possibilità della perdita a rendere urgente l’incontro, la gioia e la vita condivisa.
Accettare una ferita che non scompare
Il Ciclo non presenta la guarigione come un ritorno all’innocenza precedente. Alcune perdite modificano per sempre chi le attraversa. Eckhart lo spiega al giovane Ga-Isen parlando di Selwin:
«Dobbiamo imparare ad accettare il dolore come una parte indelebile del nostro cuore, altrimenti quello stesso dolore crescerà e finirà per dominarci».
Vol. 2, cap. 12: il fondo dell’abisso
Accettare non significa approvare ciò che è accaduto, smettere di soffrire o rinunciare a cambiare il mondo. Significa dare alla ferita un posto dentro di sé senza permetterle di occupare ogni spazio. Selwin tenta invece di riempire il vuoto lasciato dai genitori con la forza e il riconoscimento. Proprio quel bisogno inascoltato offre ad Aamon Riper e a Kerlas il varco attraverso cui manipolarlo.
Anche Ga-Isen, nel primo volume, confessa di non potersi
«fare carico del dolore del mondo».
Vol. 1, cap. 11: silfo zephirys
Non è vigliaccheria: è la reazione di un ragazzo davanti a una responsabilità disumana. A Bensalem, quando scopre l’origine di Fosaiscra e Aneriza, si sente vuoto e fatto a pezzi. A trattenerlo dalla disperazione non è una rivelazione metafisica, ma il pensiero concreto che Cardia, i suoi amici e interi popoli abbiano bisogno di lui.
Nel quarto volume può finalmente dire a Kerlas:
«Ho vissuto nel dolore, ma ho imparato a guardarlo in faccia, e non ne fuggo più».
Vol. 4, cap. 25: schieramento celeste
Il dolore continua a pesare; non è stato sconfitto. È cambiato il rapporto che Ga-Isen ha con esso: da forza che minaccia di definirlo diventa una parte della storia di cui sceglie di assumersi la responsabilità.
«Non merito di continuare a vivere»: colpa e seconda possibilità
Selwin pone una variante ancora più difficile del problema. Dopo avere attaccato Ga-Isen sotto l’influsso di Aamon Riper, considera la propria morte una punizione giusta:
«Non merito di continuare a vivere».
Vol. 2, cap. 15: i germogli dell’anima
Non desidera soltanto smettere di soffrire; crede che la sofferenza e la morte siano il prezzo dovuto per ciò che ha fatto.
Maia rifiuta quella sentenza. Le Acque del Paradiso possono curare il corpo e alleviare lo spirito, ma non eliminano il demone: «Ora sta a te lottare», gli dice. La cura non assolve Selwin; gli restituisce lo spazio nel quale può assumersi la responsabilità e diventare diverso.
Continuare a vivere non è dunque un premio riservato agli innocenti, ma la condizione che rende ancora possibili cambiamento e riparazione. Selwin deve usare la vita restituita per impedire al male di parlare ancora attraverso di lui.
Maia gli mostra inoltre ciò che da solo non vede più: una persona non coincide con il peggiore dei propri gesti. Essere riconosciuti non cancella la colpa, ma può impedirle di trasformarsi in condanna definitiva.
Deithoros e la falsa misericordia del nulla
L’argomento di Deithoros parte da una verità incontestabile: amare significa esporsi alla perdita. Ogni essere vivente può perdere la giovinezza, la salute o una persona amata. Da qui il demone conclude che la vita sia
«l’attesa stessa della morte».
Vol. 4, cap. 28: destino
Il suo errore non consiste nell’avere visto troppo dolore. Consiste nell’averlo reso l’unica misura dell’esistenza. Se ogni amore può finire, per Deithoros nessun amore può giustificare il rischio di vivere. La sua sofferenza diventa una lente che lascia visibile soltanto ciò che conferma la condanna già pronunciata.
L’annientamento assume così il linguaggio della misericordia. Deithoros non si presenta come un distruttore, ma come il salvatore che libererà ogni creatura dalla possibilità di soffrire. Eppure la sua salvezza richiede di non ascoltare nessuno. Le innumerevoli vite che desiderano continuare vengono cancellate in nome di un bene che non hanno scelto.
Il punto decisivo è questo: nessuno può usare la sofferenza di un altro come prova del fatto che quell’altro non dovrebbe esistere. Deithoros trasforma la propria ferita in una sentenza universale e confonde la fine del dolore con la fine di chi lo prova. Per eliminare ogni male, elimina anche ogni bene possibile.
Ga-Isen: il dolore non è tutta la verità
Ga-Isen può rispondere a Deithoros proprio perché non è un ottimista inesperto. Ha perso i genitori, la città, i maestri, gli amici e la persona amata. Grazie alla propria sensibilità ha avvertito persino la sofferenza degli altri e dell’Anima del Mondo. I due rivali osservano dunque la stessa realtà.
La differenza è ciò che conservano nello sguardo. Deithoros vede che ogni felicità può essere distrutta e conclude che non sia mai stata reale. Ga-Isen vede che
«il dolore non è mai riuscito a cancellare del tutto la felicità delle persone»
Vol. 4, cap. 28: destino
L’affetto, l’amore e la voglia di tornare a sorridere esistono anche dentro un mondo ferito.
Per questo può dire:
«La vita è meravigliosa».
Vol. 4, cap. 28: destino
Non afferma che sia giusta o piacevole in ogni momento; rifiuta di incolpare l’esistenza per ciò che la violenza ha fatto agli esseri viventi:
«Non lottiamo contro la vita. Lottiamo contro di te».
Vol. 4, cap. 28: destino
La volontà di vivere diventa allora il limite che Deithoros non ha diritto di oltrepassare. Ga-Isen combatte «perché voglio vivere» e perché desidera che venga rispettata la stessa volontà in tutte le persone uccise. La sua speranza non consiste nella certezza di essere ricompensato. È la decisione di considerare ancora degno di difesa ciò che il dolore non è riuscito a cancellare.
Vivere non significa soltanto sopravvivere
La saga non trasforma la sopravvivenza biologica in un valore assoluto. Molti personaggi sacrificano la propria vita, e nell’ultima battaglia Eckhart lascia liberi i combattenti di tornare dai figli, dai genitori o dalla persona amata: nessuno sarà biasimato. Lottare è una scelta possibile, non l’unica maniera dignitosa di affrontare la fine.
Il sacrificio di Virgo non afferma che la sua vita valga poco: Ga-Isen cerca di impedirlo proprio perché la considera preziosa. Virgo può offrirla soltanto perché gli appartiene e perché attribuisce valore al futuro che quel gesto potrebbe rendere possibile. La morte imposta usa una persona come mezzo; il sacrificio scelto rivela ciò che essa vuole proteggere.
Anche il finale evita una risposta semplicistica. Dopo avere contribuito a salvare il Creato, Ga-Isen riceve la possibilità di tornare da solo in una nuova vita e la rifiuta. La sua esistenza terrena si è conclusa, il suo compito è compiuto e le persone con cui l’aveva condivisa non potrebbero tornare con lui.
«La vita non è fatta di giorni e notti che si susseguono senza un significato», afferma.
Vol. 4, cap. 31: palingenesi
Questa scelta non contraddice la sua volontà di vivere. Ga-Isen ha combattuto perché nessuno imponesse il nulla agli altri, non perché ogni esistenza debba protrarsi indefinitamente. Rinuncia a una nuova incarnazione concessa soltanto a lui dopo avere restituito il futuro alle generazioni successive. Il valore della vita non coincide con la durata, ma con le relazioni, le scelte e il bene consegnato oltre i propri confini.
Perché, allora, continuare a vivere?
Il Ciclo dell’Abisso e della Luce non offre una ragione universale capace di cancellare ogni disperazione. Le ragioni assumono forme diverse: per Leena il lento ritorno dopo il trauma; per Selwin la possibilità di cambiare e riparare; per Virgo la responsabilità verso il proprio popolo; per Ga-Isen gli affetti, la libertà altrui e un futuro che forse non vedrà.
A volte la ragione nasce dentro di noi; altre viene custodita da qualcuno che ci vede quando noi non ci vediamo più. A Bensalem, Ga-Isen non ritrova subito la speranza: ricorda soltanto che altri hanno bisogno di lui. Il legame non elimina il dolore, ma impedisce alla solitudine di trasformarlo in una conclusione definitiva.
La risposta non è che bisogna vivere perché tutto andrà bene. Molte cose non tornano e alcune ferite non guariscono. Si continua perché la sofferenza non è l’intera realtà, perché vivere conserva la possibilità di amare e cambiare, e perché nessuno sa quale bene possa ancora nascere da una vita ferita.
Deithoros guarda la perdita e domanda: se ogni cosa amata può finire, perché amarla? Ga-Isen rovescia la domanda: proprio perché può finire, con quale diritto qualcuno potrebbe cancellarla prima del tempo?
La sofferenza rivela che tutto può essere perduto. La vita risponde che, finché qualcosa può essere amato, protetto, ricordato o consegnato a chi verrà dopo, non tutto è già perduto.