Dove nasce la mitologia del Ciclo dell’Abisso e della Luce?

Tradizioni antiche, filosofia e immaginario moderno nel Ciclo dell’Abisso e della Luce

Nel Ciclo dell’Abisso e della Luce molti nomi sembrano arrivare da molto lontano. Bythos e gli eoni richiamano la speculazione gnostica; Noesia e le Sephiroth rimandano alla mistica ebraica; Behemot, Leviatano e Ziz appartengono alla tradizione biblica e rabbinica; Seiryu, Byakko e Ghembo conducono verso l’Asia orientale. Altrove affiorano l’Atlantide di Platone, la Bensalem di Francis Bacon, gli elementali di Paracelso, l’androginia originaria, il golem, i settantadue spiriti della demonologia salomonica e l’iconografia di Baphomet.

Ma riconoscere questi riferimenti non basta a spiegare la mitologia della saga. Il punto decisivo è ciò che accade dopo il riconoscimento. Ogni tradizione viene spostata, combinata con altre e sottoposta alla logica morale del racconto. Un diagramma mistico diventa un mondo da attraversare. Una bestia cosmica diventa una spada affidata alla libertà di chi la impugna. Un catalogo di demoni diventa la memoria corrotta di guerrieri umani. Un’utopia della conoscenza diventa una città in cui la scienza, separata dall’etica, usa gli uomini come combustibile.

La mitologia del Ciclo nasce dunque da un doppio movimento. Le culture del nostro mondo forniscono alla saga parole, figure e strutture; la saga le rifonde in una storia autonoma e, nel finale, immagina che proprio quella storia dimenticata sia all’origine dei frammenti disseminati nelle future religioni, filosofie e tradizioni esoteriche. Il mito entra nel Ciclo e dal Ciclo ritorna nel nostro mondo, trasformato in memoria senza nome.

In breve. La saga non adotta una mitologia unica e non riproduce fedelmente un pantheon già esistente. Costruisce un sincretismo personale: filosofia greca e gnosticismo forniscono il lessico della cosmogonia; Cabala e angelologia diventano la geografia politica di Noesia; tradizioni bibliche, asiatiche, alchemiche e demonologiche offrono figure che il racconto dota di nuove origini e nuove funzioni. Anime, manga, JRPG e fantasy occidentale contribuiscono soprattutto alla grammatica dell’avventura. L’elemento originale non è nascosto dietro le fonti: è il sistema che le mette in relazione e le costringe a parlare di libertà, responsabilità, perdita, legami e memoria.

Avvertenza. Questa pagina analizza l’intera saga e contiene anticipazioni sostanziali su tutti e quattro i volumi, comprese la vera natura di Cosmos e Bythos, la storia di Noesia, l’identità di Deithoros e l’epilogo finale.


Un mito costruito per trasformazione

Esistono almeno tre livelli da tenere distinti:

  • matrici storiche, cioè nomi e immagini che possiedono una vita precedente al romanzo;
  • trasformazione autoriale, cioè la nuova funzione che quelle immagini ricevono entrando nelle Quattro Terre;
  • invenzione originale, formato dai personaggi, dai conflitti, dalla lingua Lahcoi, dall’Arsmagia, dalla storia delle Ere, dalle relazioni fra i mondi e dall’architettura complessiva che tiene insieme elementi altrimenti lontanissimi.

Questi livelli non sono sovrapponibili. Dire che Noesia richiama l’Albero della Vita non significa che Noesia sia una trascrizione della Cabala. Dire che gli Spiriti Nobili portano nomi della tradizione goetica non significa che siano gli stessi demoni descritti nei grimori. Il riferimento è una soglia d’ingresso, non una spiegazione esaustiva; orienta il lettore, ma non predetermina l’identità del personaggio o il senso della vicenda.

È proprio questo scarto a impedire l’effetto enciclopedia. Le mitologie non vengono collocate l’una accanto all’altra come reperti. Sono fatte reagire. Nel Ciclo la somiglianza invita a entrare, mentre la differenza obbliga a interrogarsi: che cosa resta di una figura antica quando non è più vincolata al destino che la tradizione le aveva assegnato?

Una rappresentazione seicentesca dell’Albero della Vita. Nel Ciclo, strutture e simboli delle tradizioni storiche vengono rielaborati in sistemi narrativi autonomi.

Il pensiero greco diventa cosmogonia

La mappa cosmogonico-teogonica della saga parla una lingua in larga parte greca. Chora, Aion, Zoe, Thanatos, Pneuma e Hyle non sono soltanto nomi solenni: designano spazio ricettivo, tempo eterno, vita, morte, spirito e materia. Sono coordinate dell’esistenza prima ancora che personaggi. Nella filosofia antica questi termini appartengono a scuole e momenti diversi; la mappa li sottrae alle rispettive genealogie e li dispone come principi di un unico universo narrativo.

La Chora del Timeo platonico è il ricettacolo nel quale le forme possono apparire nel mondo sensibile. L’Anima del Mondo, anch’essa centrale nel Timeo e nelle tradizioni che ne derivano, nel Ciclo diventa «ciò che unisce il Tutto»: uno pneuma che collega materia e spirito, mondi e coscienze. Non rimane un concetto da contemplare. Può essere percepita, assorbita, ferita e perfino incarnata nell’Homunculus creato da Parsifal.

Anche Bythos possiede una memoria filosofico-religiosa precisa. Il nome significa profondità o abisso e, nella speculazione gnostica valentiniana, indica il principio insondabile da cui procedono gli eoni. La saga conserva il lessico dell’eone e dell’emanazione, ma modifica la genealogia: Bythos non è associato alla tradizionale coppia gnostica con il Silenzio; forma con Cosmos la prima diade nata dall’Unità. I due poli diventano luce dell’esistenza e abisso del nulla, Ordine e Caos.

La trasformazione più importante riguarda il loro rapporto. Nel finale il Regno della Luce e il Regno della Notte sono definiti «due metà complementari della Realtà». Il dualismo cosmico non coincide quindi in modo perfetto con una semplice opposizione fra bene e male. Il Caos appartiene alla costituzione dei mondi; ciò non rende moralmente buono il progetto di Bythos, che vuole cancellare la molteplicità e ricondurre tutto al nulla. La cosmologia stabilisce le forze in gioco, ma sono le azioni a determinare il giudizio etico.

Lo stesso avviene con Ekpyrosis e Palingenesi, termini legati alla tradizione stoica della conflagrazione e della rinascita del cosmo. Nella saga la distruzione finale non conduce alla replica esatta del mondo precedente. Noesia viene ricreata, il Soffio Divino torna a scendere nelle Dieci Dimore e il ciclo delle reincarnazioni riprende, ma la Terra possiede sei continenti e le Quattro Terre sono scomparse. La rinascita non cancella la storia: ne porta le perdite e ne custodisce, in forma nascosta, l’eredità.

La Cabala diventa una geografia percorribile

Noesia è forse il caso più evidente di trasformazione strutturale. La Cabala descrive dieci sefirot, potenze o modalità attraverso cui l’infinito divino si manifesta. Il Ciclo conserva il numero dieci, il termine Sephiroth, la disposizione gerarchica e perfino i nomi Keter, Chokhmah, Binah, Chesed, Gevurah, Tiferet, Nezach, Hod e Yesod in una formula di apertura del portale. Poi compie il salto decisivo: trasforma lo schema in territorio.

Le Sephiroth diventano i Dieci Mondi Sacri di Noesia, governati da altrettanti arcangeli. Non sono caselle astratte, ma luoghi dotati di clima, architettura, abitanti e funzione: l’Oppido di Holom di Sandalphon, la Gola di Levanah di Gabriel, la Fortezza Cochab di Michael, i Boschi di Noga di Uriel, l’Urbe di Schemes di Raphael, l’Osservatorio di Madim di Camael, l’Oasi di Zedeck di Zadquiel, la Cittadella Sabbathi di Zapquiel, il Vico di Masloth di Raziel e l’Eremo di Reschith di Metatron.

Molti di questi nomi richiamano il lessico astrale ebraico: luna, pianeti, sole, principio e costellazioni. Eppure nemmeno le associazioni angeliche vengono copiate come una tavola di corrispondenze. Uriel, per esempio, governa Noga; altrove le tradizioni offrono accostamenti differenti. La difformità non è un errore da correggere, ma la prova che Noesia segue una propria storia.

Quella storia è politica oltre che mistica. Metatron contempla e profetizza, Raphael amministra, Michael comanda l’esercito, gli arcangeli discutono, nascondono verità, sbagliano e tradiscono. La Battaglia dei Secoli spezza l’ordine celeste; Gabriel e Raziel mostrano che l’altezza spirituale non immunizza dalla corruzione; Uriel lega il proprio destino a quello degli uomini. L’Albero della Vita diventa così un cielo istituzionale ferito, nel quale anche le creature più vicine al divino devono rispondere delle proprie scelte.

La magia stessa dipende da questo sistema. È preghiera che attinge potere da Noesia, mentre il Lahcoi, lingua essenziale degli angeli, possiede la capacità di rendere operativa la parola. La metafisica non resta sullo sfondo: entra nella tecnologia dei rituali, nei conflitti fra mondi e nella responsabilità di chi usa il potere ricevuto.

L’Albero della Vita cabalistico: nel Ciclo, la logica delle Sephiroth viene trasformata nei Dieci Mondi Sacri di Noesia, da schema mistico a geografia narrativa e politica.

Il cielo biblico perde l’innocenza

Angeli, Caduti, Nephilim, profezie e guerre celesti appartengono al grande immaginario biblico e post-biblico, ma il Ciclo rifiuta di usarli come ruoli morali già assegnati. Lucifero guida la rivolta e tenta di instaurare il proprio ordine, tuttavia non è il male ultimo della saga. È un essere libero che sceglie, complotta e viene a sua volta superato da trame più antiche. Lyothon diventa Deithoros attraverso il dolore, la manipolazione e le proprie decisioni; nel finale riesce ancora a scegliere la trasformazione invece dell’annientamento.

La conseguenza è netta: nessuna appartenenza garantisce la virtù. Un angelo può tradire, un Caduto può cambiare, un demone può conservare una ferita umana e un mortale può agire con maggiore responsabilità delle potenze celesti. La saga prende la verticalità dell’angelologia e la sottopone a un criterio radicalmente umano: non conta da quale cielo provieni, ma che cosa fai della libertà che possiedi.

Le tre grandi bestie della tradizione ebraica — Behemot, Leviatano e Ziz — subiscono una metamorfosi altrettanto concreta. Un osso del Behemot diventa Ostukrata, una zanna del Leviatano diventa Oduiose e una piuma dello Ziz diventa Onyxesebes. La zoologia cosmica si trasforma in un’armatura narrativa del libero arbitrio: la forza travolgente, il veleno distruttivo e il potere capace di ferire un dio dipendono da chi impugna quelle armi e dal fine per cui sceglie di farlo.

Il golem offre un esempio più minuto ma rivelatore. La tradizione collega la sua animazione alla parola ebraica emet, «verità». Nei primi capitoli della saga il gigante di roccia porta al collo una pergamena con la parola vawopiw, «verità» in Lahcoi. Il meccanismo resta riconoscibile, ma la parola sacra viene trasferita nella lingua angelica originale del mondo narrativo. Il prestito è stato assimilato: ora obbedisce alle leggi interne del Ciclo.

L’Oriente entra come ordine vivente

Le Cinque Bestie Guardiane dei Mondi derivano dalla cosmologia simbolica dell’Asia orientale: il Dragone Azzurro dell’Est, l’Uccello Vermiglio del Sud, la Tigre Bianca dell’Ovest, la Tartaruga Nera del Nord e il Dragone Giallo dell’Equilibrio. Colori, direzioni e animali disegnano un cosmo ordinato attorno a punti cardinali e centro.

Nel Ciclo, però, le corrispondenze diventano biografie. Seiryu è Retth, compagno di Parsifal e guardiano capace di affetto e sacrificio. Byakko è Enkiseleno, il maestro che introduce Ga-Isen e Leena ai segreti dell’Anima del Mondo. Ghembo, la Tartaruga Nera, si schiera invece con la Terra dei Vulcani e arriva a motivare la propria scelta con l’inedia e la noia. Appartenere all’ordine cosmico non impedisce di tradirlo.

È una trasformazione coerente con l’intera saga: il simbolo non viene abolito, ma liberato dall’automatismo. Retth, Enkiseleno e Ghembo conservano rango, direzione e forma mitica; acquistano però carattere, memoria e responsabilità. L’armonia cosmologica diventa un problema morale.

I kappa mostrano un procedimento diverso, quasi narratologico. Mantengono tratti ben riconoscibili del folclore giapponese: carapace, becco e cavità d’acqua sulla testa. La consuetudine dell’inchino non resta una curiosità decorativa. Agatha la sfrutta: si inchina, i kappa ricambiano, perdono l’acqua che consente loro di muoversi e accettano di servirla in cambio della salvezza. Un dettaglio tradizionale diventa il meccanismo di un abuso, e quindi una storia sul potere ottenuto attraverso la conoscenza dell’altrui vulnerabilità.

I Quattro Simboli della cosmologia dell’Asia orientale. Nel Ciclo, gli animali direzionali diventano Guardiani dei Mondi dotati di storia, carattere e libertà morale.

Alchimia, elementali e scienza senza coscienza

Silfi, salamandre, ondine e gnomi appartengono alla sistemazione rinascimentale degli spiriti elementali legata soprattutto a Paracelso. La saga li trasforma in popoli dotati di istituzioni, alleanze e conflitti. Dalla loro relazione con le tribù umane nascono i quattro Regni Elementali: Lemuria per l’aria, Febe per il fuoco, Atlantide per l’acqua e Angitia per la terra.

A ogni elemento corrisponde inoltre una virtù cardinale: Giustizia all’aria, Forza al fuoco, Prudenza all’acqua e Temperanza alla terra. È uno degli innesti più personali dell’intero impianto. La materia naturale diventa pedagogia etica. I templi non insegnano a dominare l’elemento, ma a trasformarne l’energia in una qualità umana. La forza, per esempio, non vale come mera potenza fisica: se non è asservita alla giustizia e al bene, non produce crescita spirituale.

L’Homunculus unisce invece alchimia, platonismo e invenzione. È una creatura di laboratorio, replica dell’Ermafrodito Originale, composta da una presenza maschile e una femminile e creata da Parsifal dando corpo all’Anima del Mondo. Il nome e la duplicità richiamano sia l’homunculus alchemico sia il mito, narrato nel Simposio di Platone, dell’essere umano originariamente doppio. La saga non ricostruisce nessuna delle due tradizioni: le fonde in una creatura innocente e potentissima, «fallita» secondo il creatore ma capace di incarnare l’unità che gli uomini hanno smarrito.

Anche Atlantide conserva tratti platonici: l’Arcipelago di Posidonia, i circoli concentrici, i canali e l’oricalco. Ma non è la città di un apologo ripetuto. È una società viva, con istituzioni, tensioni e legami; la sua distruzione non deriva da una punizione divina prevista dal mito, bensì dalla guerra e dalle scelte che attraversano la trama.

Il caso più netto di rovesciamento è Bensalem. Nella Nuova Atlantide di Francis Bacon, Bensalem è l’isola in cui una comunità sapiente organizza la ricerca per conoscere la natura e migliorare la vita. Nel Ciclo il nome designa la città delle Ventitré Casate, centro dell’Arsmagia e di esperimenti che generano pile-umane, Fosaiscra e Aneriza. L’utopia del sapere diventa la sua ombra: che cosa accade quando la conoscenza amplia «tutto ciò che è possibile», ma rinuncia a chiedersi che cosa sia giusto?

La demonologia viene rovesciata

Buer, Bathin, Astaroth, Andras, Asmodeo, Paimon, Valak e molti altri nomi provengono dalla tradizione dei settantadue spiriti resa celebre dall’Ars Goetia. La saga conserva il numero e una parte dell’iconografia, ma cambia l’ontologia. Gli Spiriti Nobili non sono semplicemente demoni evocati da un catalogo infernale: sono i fantasmi di settantadue guerrieri dell’Era Mediana, trasformati dall’odio coltivato dopo la morte e sigillati dall’Astrofilosofo Samonelone.

La variazione sposta il centro dal soprannaturale alla storia. Dietro l’essere mostruoso esiste una biografia umana, e dietro la sua ferocia una memoria deformata dalla violenza. Alcuni Spiriti Nobili servono la Terra dei Vulcani, altri conservano promesse o offrono aiuto, altri ancora oscillano. Il nome demonologico non costituisce una sentenza morale irrevocabile.

Baphomet, con testa caprina, ali e caratteri sessuali doppi, funziona soprattutto come citazione visiva dell’immagine resa celebre da Éliphas Lévi. Nel romanzo è un ufficiale e carceriere, non il centro segreto della cosmologia. È importante non attribuire a ogni eco lo stesso peso: alcune strutture reggono l’universo, altre arricchiscono l’immaginario e producono immediata riconoscibilità.

Sigilli della tradizione goetica. Nel Ciclo, i settantadue spiriti non sono demoni originari dell’Inferno, ma guerrieri umani trasformati dalla memoria della guerra e dall’odio coltivato oltre la morte.

Echi medievali e costellazioni di nomi

Non tutti i riferimenti formano sistemi complessi. Alcuni agiscono attraverso il nome e aprono una risonanza che la trama è libera di seguire o contraddire. Parsifal richiama il cavaliere della tradizione arturiana e la ricerca del Graal, ma nel Ciclo non è un giovane iniziato alla cavalleria: è l’Astrofilosofo millenario, sovrano, mago e maestro che ha già attraversato il fallimento. Il motivo della ricerca resta, ma si sposta dall’oggetto sacro alla conoscenza capace di salvare gli uomini. La grande missione non appartiene più a lui soltanto; Parsifal prepara il cammino che Ga-Isen dovrà completare.

Altrove l’eco è ancora più leggera. Melqart, Heka e Camazotz sono nomi gravidi di memorie fenicie, egizie e mesoamericane, ma la saga non chiede che il lettore ricostruisca i rispettivi culti per comprendere Ga-Isen, la sfinge Heka Savar o l’antico Astrofilosofo. Lo stesso vale per la fitta nomenclatura celeste — Vega, Virgo, Denebola, Rastaban, Tarazed, Mizar-Benetnash — che trasforma stelle e costellazioni in persone, luoghi e misure del tempo.

Questi riferimenti non funzionano come identità segrete. Danno al mondo la sensazione di una memoria immensa, come se ogni cultura avesse conservato un nome staccandolo dalla storia originaria. Sono anche un’anticipazione discreta dell’epilogo: quando i fatti vengono dimenticati, i nomi possono continuare a viaggiare.

Le trasformazioni a colpo d’occhio

Matrice storicaNel CicloScarto decisivo
Chora, Pneuma, Anima del MondoPrincipi della cosmogonia e forza che unisce i pianiIl concetto diventa energia percepibile, agente e incarnabile
Bythos ed eoni gnosticiBythos e Cosmos, prima diade dell’UnitàL’Abisso viene accoppiato all’Ordine e inserito nell’eterno conflitto fra esistenza e nulla
Sephiroth e angelologiaDieci Mondi Sacri di Noesia e dieci arcangeliIl diagramma mistico diventa geografia, governo e storia politica
Behemot, Leviatano e ZizOstukrata, Oduiose e OnyxesebesLe bestie cosmiche diventano armi il cui senso dipende da chi le impugna
Golem ed emetGolem animato da vawopiw in LahcoiLa tradizione viene riscritta nella lingua sacra originale della saga
Cinque animali direzionaliRetth, Enkiseleno, Ghembo e gli altri GuardianiI simboli cosmici acquistano biografia, affetti e libertà morale
Elementali di ParacelsoPopoli e quattro Regni ElementaliNatura, politica e quattro virtù cardinali vengono unite in un solo sistema
Androgino platonico e homunculus alchemicoErmafrodito Originale e Homunculus di ParsifalDue tradizioni confluiscono in un’incarnazione dell’Anima del Mondo
Settantadue spiriti goeticiSettantadue Spiriti Nobili dell’Era MedianaI demoni diventano morti umani deformati dalla memoria della guerra
Atlantide di Platone e Bensalem di BaconAtlantide elementale e città arsmagica di BensalemL’una diventa una patria storica; l’altra rovescia l’utopia scientifica in distopia

Anime, manga, JRPG e fantasy: una grammatica, non un pantheon

Le influenze moderne agiscono in modo diverso dalle matrici religiose e filosofiche. Anime e manga, giochi di ruolo giapponesi e fantasy occidentale non forniscono alla saga un’unica mitologia da adattare. Offrono piuttosto una grammatica del meraviglioso: il gruppo di compagni che cresce durante il viaggio, le tappe nei regni elementali, i poteri nominati, le trasformazioni, le armi leggendarie, le gerarchie di avversari, le rivelazioni progressive e il passaggio da un conflitto locale a una posta cosmica.

Dal fantasy occidentale provengono la forma della quest, il gusto per popoli e regni, la profondità storica e la centralità delle reliquie. L’immaginario anime e manga intensifica il duello, rende visibili gli stati interiori attraverso corpi e poteri e permette che la battaglia assuma una dimensione quasi metafisica. Il JRPG suggerisce una geografia scandita da città, templi, alleati e soglie, oltre a una progressione nella quale ogni conquista apre un livello più profondo del mondo.

La saga usa questa grammatica, ma la sottopone alle conseguenze del romanzo epico. Una nuova forma di potere non è soltanto spettacolo: può corrompere l’identità. Un regno attraversato non è una tappa da archiviare: può essere distrutto e lasciare un lutto irreversibile. Un antagonista non è soltanto un ostacolo superiore: possiede una storia, una responsabilità e talvolta una possibilità di scelta. Le influenze moderne danno ritmo e forma all’avventura; la filosofia e il dramma umano ne determinano il peso.

Anime, manga, JRPG e fantasy occidentale non forniscono al Ciclo un pantheon da riprodurre, ma una grammatica dell’avventura: viaggio, trasformazione, gruppo, soglie e progressione.

Ciò che appartiene soltanto al Ciclo dell’Abisso e della Luce

L’originalità della saga non coincide con l’assenza di fonti. Nessun mito nasce nel vuoto: anche le tradizioni antiche si sono formate assorbendo lingue, simboli e racconti precedenti. L’originalità emerge dalla nuova relazione fra gli elementi e dalle domande che quella relazione rende possibili.

Nessuna delle matrici storiche contiene, da sola, la prima diade Cosmos-Bythos, la geografia completa di Noesia, il nesso fra i quattro elementi e le virtù cardinali, la lingua Lahcoi, l’Arsmagia, le Quattro Terre, i Fosaiscra, la genealogia Lyothon-Deithoros-Bythos o il rapporto fra Ga-Isen e l’eterno ritorno. Queste realtà appartengono all’architettura del Ciclo. Anche quando un nome è antico, il destino che lo porta attraverso i quattro volumi è nuovo.

Il criterio più sicuro è questo: una fonte può spiegare perché una figura ci appare familiare, ma non può anticipare che cosa sceglierà. Sapere chi sia il Lucifero della tradizione non permette di prevedere il ruolo di Raziel, la caduta di Gabriel o il ritorno di Lyothon. Conoscere la Tigre Bianca non racconta il sacrificio di Enkiseleno. Riconoscere Parsifal non spiega l’Astrofilosofo millenario, il suo esperimento o il legame con Retth. Il nome indica una direzione; la storia costruisce una persona.

Da questo punto di vista, il sincretismo è il metodo creativo della saga. Le tradizioni vengono messe in dialogo perché nessuna possiede da sola un vocabolario sufficiente a esprimere il mondo immaginato. Il pensiero greco offre l’ontologia, la Cabala una forma di emanazione, il mito biblico la drammaturgia celeste, l’Oriente l’ordine direzionale, l’alchimia la trasformazione della materia, il fantasy e il JRPG il movimento dell’avventura. Il Ciclo decide come quelle lingue possano comprendersi — e dove debbano contraddirsi.

Il movimento inverso: quando il Ciclo genera i nostri miti

L’epilogo cambia retroattivamente il significato di tutti i riferimenti. Dopo l’Ekpyrosis e la Palingenesi, le Quattro Terre non esistono più. La Terra ricreata possiede sei continenti; nessuno ricorda Ga-Isen, Nusdok, Parsifal, Virgo, Enkiseleno o Lyothon. La saga sembra aver cancellato perfino la possibilità che il loro mondo diventi mito.

Poi una piccola setta di chierici conosce le loro gesta, ne raccoglie gli insegnamenti sulla fratellanza, sull’amore e sui legami e si disperde nel mondo, «disseminando ogni cultura esoterica, filosofica e religiosa» di frammenti di quelle verità. I Servi di Noga custodiscono la memoria completa; tutti gli altri ricevono soltanto schegge, simboli, nomi deformati.

Dentro la finzione, questo passaggio realizza un circuito perfetto. Le mitologie reali hanno contribuito alla costruzione del Ciclo; il Ciclo immagina di essere la preistoria dimenticata da cui quelle stesse mitologie nasceranno. L’Atlantide del romanzo può sopravvivere come racconto platonico, gli eoni come speculazione gnostica, le Sephiroth come mappa mistica, le bestie sacre come leggenda. Non perché le versioni storiche siano riprodotte fedelmente, ma proprio perché ogni trasmissione conserva e deforma.

Il mito viene così definito come memoria dopo la perdita dei fatti. I nomi cambiano, le culture separano ciò che un tempo apparteneva allo stesso mondo e il racconto storico si frantuma in religione, filosofia e folclore. Resta però un nucleo di verità morale: i valori non sono innati né garantiti dagli dèi; sono stati conquistati da esseri fragili e affidati a chi sarebbe venuto dopo.

Un mito nuovo che parla di uomini

La dichiarazione conclusiva dell’autore offre la chiave più limpida:

È per questo che l’abbondanza di angeli, eoni, demoni, bestie cosmiche e mondi celesti non sottrae centralità all’umano. Al contrario, costruisce una scala abbastanza vasta da misurare la responsabilità di una scelta mortale. Ga-Isen non vince perché conosce meglio la teologia del proprio mondo. Vince perché accetta i legami, ascolta le vite che lo hanno preceduto e rifiuta di considerare inutile una speranza soltanto perché non sarà eterna.

La mitologia del Ciclo non chiede dunque quale pantheon sia vero. Chiede che cosa gli uomini facciano delle verità parziali che ricevono. Possono usarle per dominare, come a Bensalem; trasformarle in dogma e gerarchia, come accade nei cieli; oppure riconoscervi un invito alla responsabilità. Ogni tradizione contiene un frammento, ma nessun frammento salva da solo. A salvarsi, quando accade, sono esseri capaci di unirli senza rinunciare alla libertà.

Questo è il mito nuovo della saga: non l’origine degli dèi, ma l’origine di valori che gli uomini scambiano per naturali e che invece devono essere scelti ancora. Non la promessa di un ordine immune dal Caos, ma la possibilità che, quando l’Abisso ritorna, ritorni anche qualcuno disposto a opporgli la luce ricevuta dagli altri.

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